19 marzo 2014

san Giuseppe di Romania

A. ha 12 anni. E' paralizzato dalla cintola in giù. Un'auto in Romania, da dove viene, l'ha travolto mentre camminava su un marciapiede. Guarda serenamente il suo smartphone in attesa di un intervento delicatissimo alla schiena.


C'è un uomo che si prende cura di A. con sicurezza e tenerezza: lo lava, lo pulisce, gli sorride. Poi ci scambiamo due parole e M. mi dice: "Sai, lui è mio nipote, non è mio figlio. Ma la mamma è morta e il suo papà, in Romania, non si sa che fine abbia fatto... Io l'ho portato in Italia e l'ho adottato".

M. parla un italiano ottimo. Ma soprattutto ha due occhi che sorridono. "Lo operano, oggi, il 19 marzo, la data della morte della mamma. E' la seconda volta che capita questa coincidenza...".

L'operazione è durata 6 ore. Pare perfettamente riuscita.
M. si rilassa un po' e sorride. Mi saluta.

M., san Giuseppe "di Romania".

03 dicembre 2013

Vincere. E perderemo

Spogliatoio della piscina comunale di Ostia. Bambini e bambine tra i 4 e i 10 anni che scorazzano tra piscina e docce in base ai turni.

Domenica ci saranno le prime gare/esibizioni: per moltissimi di questi piccoli è la prima volta che "misurano" le proprie capacità, i propri limiti e, sopratutto, le proprie emozioni.

flickr/pico2009

Sto asciugando i capelli a una delle mie figlie. Nell'arco di 10 minuti sento:
  • una madre apparentemente premurosa e con la voce flautata rivolgersi occhi negli occhi al figlioletto (un cosino carino di 5 anni al max), dicendogli: "Allora vincerai domenica? Ce la farai a vincere?... ". Il cosino carino e spaurito (ancora per poco) risponde: "Ma... non lo so... forse". E la mamma: "Vincerai, bisogna vincere".
  • un padre agitato, chiuso nel bagno col figlio (questo un po' più grande, 8-9 anni) e lo sta rimproverando per qualcosa che non ho sentito. Ma sento la coda: "Vabbè, non importa... basta che domenica vinci tutte le gare"...
Sono uscito amareggiato. Arrabbiato. Un po' rassegnato.

30 ottobre 2013

la Provvidenza ha sempre un nome

La Provvidenza quell'anno si chiamava Elena e abitava al quinto piano, uno sopra di noi.

Si presentò alla nostra porta da sconosciuta pochi giorni dopo la nascita del nostro primo figlio. Aveva in mano una copertina di lana celeste e disse a mia moglie Luisa: "L'ho cominciata a fare quando ti ho visto che avevi la pancia. Spero di non sembrare invadente". Luisa sorrise, grata.




Elena viveva da sola. Non aveva figli, ma tanti fratelli più o meno anziani di cui spesso si occupava con grande cura.

E si cominciò ad occupare anche di noi.
Dopo una prima chiamata d'emergenza, Elena qualche volta scendeva in vestaglia e pantofole a stare coi bimbi se Luisa doveva uscire di casa per situazioni impreviste altrimenti ingestibili, con me a lavoro, 2 nonni "inagibili" in Puglia e 2 in un'altra zona di Roma. In fondo, un po' soli anche noi.

Un giorno ha confidato a Luisa che quella "prima volta" ebbe tanta paura ma che fu una piccola svolta, ché in quel tempo preciso stava vivendo un momento di chiusura e di solitudine.

Ci ha detto che la nostra fiducia le ha ridato vita.
La sua disponibilità, la sua presenza inattesa, ci ha ridato il gusto della fiducia.

Elena, grazie. La Provvidenza ha avuto il tuo nome e il tuo volto per noi. Mi mancherai.

ps. ogni tanto ci tocca tornare col cuore e con la memoria all'Esquilino, dove abbiamo vissuto per sette anni e dove la nostra famiglia si è formata. Sono nati lì tutti i nostri figli. Questa volta il viaggio negli affetti è per un lutto. Che ci mette tanta tristezza ma ci ricorda come e quando Dio ha agito concretamente nella nostra vita.

18 ottobre 2013

cognomen omen

Sono Sereni e anche Salustri.
Sono anche un po' Tognaccini e Vannuccini.
E persino un po' Borri, Fulceri, Mugnaini e Balsimelli.

Oh, da qualche giorno m'è presa coi cognomi di famiglia. Sarà la vecchiaia...


Un albero genealogico di storia e di storie che si fondono e a volte si smarriscono. E che spesso non si conoscono bene.


Ma le conteniamo e apparteniamo un po' a tutte.

03 ottobre 2013

tra Benedetto e Francesco non mettere il dito

Il titolo non suoni irrispettoso o frivolo e la rima non torna, ma seguitemi un attimo.

Scrive Alberto Melloni oggi sul Corriere una cosa che introduce bene e che condivido: "Il ministero di Francesco sta esercitando su tutti una funzione maieutica: fa affiorare la gioia degli infelici, la diffidenza dei diffidenti, il narcisismo dei narcisisti, l'opportunismo degli opportunisti, il dolore dei dolenti, la sete di comunione degli esclusi, la speranza di chi l'ha perduta, la fede di chi vedeva un lumino dalla fiamma smorta in fondo alla propria esistenza e non sapeva dargli un nome".

Seguo sin dall'elezione del Papa l'evolversi della dialettica aperta tra l'apologetica più o meno ingenua di chi, fuori e dentro la chiesa, esalta Francesco ad ogni alzata di sopracciglio e chi, fuori e dentro la Chiesa, Francesco proprio non lo può digerire. In mezzo c'è un universo di sfumature, di umanità e di cristianità che viene bypassato, ma che non si sogna nemmeno vagamente di contrapporre in modo polemico i due pontefici. Ma così vanno le cose.


La dialettica corre sopratutto lungo il filo della "continuità" o della "discontinuità" tra Francesco e Benedetto XVI, giocata a seconda delle opportunità e del livello di frustrazione, una volta più su un verso, una volta più sull'altro. Per me c'è molta continuità di fondo tra i due pontefici ed è segnata dal potentissimo gesto della rinuncia di Benedetto XVI. Ma se mi fanno notare gli elementi di discontinuità non casco dalla sedia. Mi pare normale.

Ebbene, penso però che se un osservatore esterno (più o meno vicino e più o meno esperto della materia) analizzasse, sottolineasse e contrapponesse sistematicamente le diversità che ci sono tra me e mia moglie - che, per inciso, desideriamo nonostante questo vivere e camminare il mondo insieme e della nostra diversità stiamo imparando negli anni a godere - invece di contemplarci come una sola carne, due persone diverse unite nel matrimonio, noi saremmo già divorziati da anni. Non so se mi spiego.

23 agosto 2013

Otello dava baci

Sono mesi che ogni tanto mi perdo nei ricordi.

La mia testa srotola nel silenzio dei viaggi e delle passeggiate da pendolare parole e immagini che poi non fisso quasi mai per iscritto.

flickr/Gufoblu

Stamattina mi sono tornati in mente, d'improvviso, i baci di mio nonno materno.
Ho sorriso. La sua barba spinosa e mal fatta, quella tenerezza rara regalata al nipotino sulla punta di due labbra sottili appena accostate alla guancia. Che la nonna invece di questi regali era un po' avara.

Non so perché proprio questo preciso ricordo. Forse uno certe cose le cerca nel forziere della memoria solo quando servono; come quando all'improvviso ricordi che riposto chissaddove hai da secoli un oggetto che proprio in quel momento è prezioso, imprescindibile. Ed è un sollievo.

Che oggi a dirle certe cose vedo tanto pudore e imbarazzo: come se tutto l'affetto e la tenerezza di un adulto per un bimbo fossero sempre da sospettare, maschere di molestie orribili.

Mio nonno, Otello Salustri.
Quello che oggi mi ha fatto far memoria che la tenerezza non fa meno uomini; e che un giorno, in silenzio e in fondo da solo come spesso era vissuto, per primo mi insegnò che rumore fa la morte.

Una storia minima e un po' misteriosa la sua che me lo ha sempre reso caro.

21 agosto 2013

lavorare è servire

Il mio storico medico di famiglia va in pensione. E ha scritto una lettera ai suoi pazienti (da oggi pare si debba dire "persone assistite", ma vabbè).

Leggerla mi ha fatto tornare alla mente tanti ricordi. Anche quelli di tanti medici cui è capitato di doverci affidare.
foto flickr/SalFalko


Sgombrate un po' le emozioni, gli ho risposto così:

Carissimo S. ... Ti auguro ogni bene e ti ringrazio per il tuo lavoro e il tuo servizio di medico: "servizio" è una parola caduta in letargo almeno nelle grandi discussioni, sopratutto quelle che riguardano il lavoro; e Dio sa quanto invece avremmo tutti bisogno che venisse riabilitata e valorizzata.

Ho sempre apprezzato la tua capacità di curare innanzitutto nella relazione con chi hai di fronte; senza un coinvolgimento emotivo esplicito ed evidente ma con "ferma tenerezza", e con occhi interessati e orecchie che sanno ascoltare: garantiscono già almeno un 30% della possibile guarigione. Un'attitudine non di tutti
. Grazie!

30 luglio 2013

tutti dicono "auariù"

Un bel post di un amico e collega, Davide Maggiore, mi ha ricordato questo mio breve articolo dell'estate del 2004. Lo scrissi prima di aver un blog e oggi lo voglio recuperare. Davide mi ha ricordato un piccolo pezzo della mia storia.


Cammino a testa bassa su uno dei “viali” polverosi che solcano Korogocho, la baraccopoli (lo slum) di Nairobi, divenuto un simbolo globale del degrado e della miseria degli uomini (soprattutto di quelli che ne permettono l’esistenza). Il paradigma di tutte le baraccopoli dell’Africa (di cui si parla quasi mai). E il luogo simbolo della predicazione e del grido missionario di padre Alex Zanotelli, che, volente o nolente, è divenuto un po’ un simbolo anche lui.

Cammino a testa bassa perché sono stanco. È tutta la mattina che, con una ventina tra giornalisti e fotografi, ci aggiriamo indiscreti come un gruppo di giapponesi al Bioparco di Roma o, se volete, un po’ cinici e distanti come la corte del primario al capezzale del malato in ospedale … qualcuno che conosce ed è conosciuto (ed accettato) dalla gente, ci guida a tappe in quello che Zanotelli ha chiamato “l’inferno”, uno spazio rimosso dalle coscienze dagli uomini (ma, è il caso di dire, non da Dio), un’arena dove la tensione si taglia a fette e la violenza è il linguaggio della quotidianità. È faticoso tenere la concentrazione, controllare i propri gesti, i propri sguardi, affinché nessuno si senta troppo offeso dalla nostra presenza a tal punto da fare qualcosa … sento che hanno ragione.
Cammino a testa bassa perché il sole è uscito finalmente a riscaldarci affacciandosi tra le nuvole, una specie di squarcio proprio sopra Korogocho, un segno, come in un perfetto copione di una storiella a lieto fine. Ma è solo sole. E polvere.
Cammino a testa bassa, soprattutto per l’imbarazzo, per la vergogna di guardare in faccia anche uno solo delle decine di volti che ho intravisto e che resteranno solo un ricordo una volta salito sull’aereo che mi porta a casa. Poche ore non sono abbastanza per mettersi dritti sulla schiena e senza pericolosi e comodi complessi di colpa di fronte alla durezza della vita di questa gente.

Ci sono tantissimi bambini. Uno scintillio di occhi e curiosità che fa pensare a quanto sia forte e tenace la vita, anche qui. Forse guardano le nostre cose (siamo tutti, nel limite del possibile qui dove siamo, vestiti e equipaggiati in modo molto sobrio, a parte le macchine fotografiche nascoste sotto le giacche). Forse vorrebbero solo domandarci da dove veniamo e perché siamo lì sotto casa loro. Sta di fatto che nessuno stende le mani, nessuno ci chiede niente, né denaro né compassione. Qualcuno si avvicina per salutare e chiede “come stai?”, how are you? Ora mi sembra ci accomunino poche parole di un inglese scolastico e io tento di rispondere secondo l’etichetta, come fossi in un pub inglese; quasi sorpreso che anticipino la sola domanda che saprei fargli… Così uno, e poi due, tre bambini di seguito; e poi altri si uniscono, ci seguono. Così quasi tutte le porte delle baracche si aprono a cascata mentre risaliamo il viale e la domanda di uno diventa il coro, alto, forte, continuo e, mi pare ora, irridente di tantissimi occhi… Auariù? Auariù? Auariù? Auariù? Non smettono.

Abbasso di nuovo la testa, tiro dritto. Mentre l’eco si allontana e mi infilo nel pulmino, ho capito. Non è un saluto, ma una sentenza: questi sono i bianchi Auariù, quelli che vengono a vedere “lo spettacolo”, ti chiedono “Come stai?” e poi se ne vanno per sempre.

15 luglio 2013

i pompieri pontifici

Dalla rinuncia di Benedetto XVI in qua è nato, almeno in Italia, un nuovo filone di commentatori delle cose vaticane ed ecclesiali in genere.
Sta diventando quasi una nuova specializzazione: io li chiamo i "pompieri pontifici".
Sono di Paolo e di Apollo, "circoncisi" e "gentili". Non cercateli secondo i soliti schemi: ve ne perdereste qualcuno.

Non vi confondete però. Alcuni commentatori sono onesti: fanno fatica a comprendere cosa stia succedendo e se sia "giusto" o se sia bene e lo dicono senza tanti giri di parole, ma fotografano i fatti. Alcuni poi sembra che le vogliano solo addomesticare le fiamme, prenderci le misure, come certi esperti fuochisti. In effetti, questi due generi non li chiamerei pompieri.


I veri pompieri pontifici, invece, li riconosci perché hanno solo un obiettivo: spegnere il fuoco. 

continua su VinoNuovo.it

09 giugno 2013

Fragile. Fortissima

Mamma, a volte piango ancora. Mi vedi?

Le lacrime escono senza preavviso, senza rumore. Ora. Spesso.
Come certe volte che le tue emozioni non facevano in tempo ad arrivare alla testa.
Ed esplodevano in un soffio.

Riproduzione dell'icona "Non piangere, o Madre!"


Quella fragilità e quella paura, il lato oscuro dello slancio istintivo e generoso.
L'istinto, l'intuizione e le paure: siamo sangue nel sangue.

Una donna ironica e insicura. Fragilissima e potente. Come hai fatto a vivere la morte e il dolore?

Appesa e inchiodata a quel letto, in quelle ultime brevissime settimane, mi sei diventata - Dio mi perdoni - pienamente e finalmente vicina.

Ti ho perduto, ma ho guadagnato la grazia di riappropriarmi di mia madre. E anche un po' di me.

Ti ho potuto accarezzare. Ti ho potuto sostenere. Mi hai permesso, figlio, di esserti madre e padre.

Lo devo anche alla fatica, alla dedizione e alla pena di chi ti ha curato di più, per mesi e per giorni. Senza sosta. Con amore.

Il mio pensiero, oggi che è un anno che non ti abbiamo più qui, va di nuovo te. Ma lo dedico a loro.

"Non piangere, o madre!". Sto diventando un uomo, ma portami ancora per mano.