08 luglio 2014

pescatori di uomini

"Grazie a Dio almeno ho potuto parlarci poco prima. Si era preparata. Una benedizione".

Una collega. La incontriamo con altri sotto all'ufficio. Ha perso da pochi giorni una delle sue figlie (40 anni) per un tumore. E forse per un intervento medico sbagliato.

Non ha potuto raggiungerla perché la figlia viveva all'estero, nel suo Paese d'origine, ma lei ha la pressione alta e il medico l'ha bloccata. Non può volare, ora.


"Pensa che l'ultima volta che sono riuscita a parlarle stava pregando e cantando Pescatore di uomini con i figli e gli amici". Dopo 2 ore sarebbe morta.

Stanca, provata, ha fatto di tutto in queste settimane anche a migliaia di chilometri di distanza per essere vicino alla figlia. Ora sorride, come sempre. Ora si commuove. Gli si velano gli occhi. Eppure riesce ancora a dire "grazie".

Grazie a te, Lidia. Dio ti benedica.

09 giugno 2014

nell'alto dei cieli

"Quando morirò la potrò rivedere nell'alto dei cieli". Dice la grande alla piccola dopo che hanno ricordato quanto erano buone le polpette di nonna "che mamma e papà mica le sanno fare così".

Ma la piccola risponde alla grande e precisa: "No, quando muori vai in Paradiso. Dopo, incontrerai nonna nell'alto dei cieli".

Non so dire l'origine e il frullato delle cose che hanno fatto da materiale per questa discussione escatologica delle mie figlie.

Mi sembra comunque il modo migliore quest'anno per ricordare Annarita, mia madre, quella lì "nell'alto dei cieli" da 2 anni. E ancora qui, nell'intimo dei cuori.

04 giugno 2014

se non sei dei nostri

Ho fatto due pensieri banali leggendo "La lista di Bergoglio" di Nello Scavo che ho preso in prestito da un amico.


Il primo è stato sull'insondabile mistero del cuore dell'uomo, che tanto può scendere in un abisso di violenza, sadismo o solo meschinità; quanto incredibilmente è capace di salire le vette del coraggio, dell'amore gratuito e disinteressato, della vera "con-passione". Spesso nel silenzio, fuori dai riflettori.

L'altro pensiero è stato sulla perversione degli ideali, compresi quelli "a fin di bene".
Una delle cose peggiori che l'ideologia - pianificata o istintiva, duramente conservatrice o rivoluzionaria - non sa e non vuole riconoscere fino a soffocarle e umiliarle sono la giustizia e la gratuità. Anzi, solo la giustizia, perché la giustizia è sempre gratis, non dovrebbe guardare in faccia al giudicato.

Perché, se non sei dei nostri, sei dei loro e come tale ti tratto.
Non c'è comunanza umana, non c'è ascolto, non c'è prova provata che tenga.
Salvo poi essere salvati o perdonati dal tuo avversario.
E qualche volta, non basta nemmeno quello.

19 marzo 2014

san Giuseppe di Romania

A. ha 12 anni. E' paralizzato dalla cintola in giù. Un'auto in Romania, da dove viene, l'ha travolto mentre camminava su un marciapiede. Guarda serenamente il suo smartphone in attesa di un intervento delicatissimo alla schiena.


C'è un uomo che si prende cura di A. con sicurezza e tenerezza: lo lava, lo pulisce, gli sorride. Poi ci scambiamo due parole e M. mi dice: "Sai, lui è mio nipote, non è mio figlio. Ma la mamma è morta e il suo papà, in Romania, non si sa che fine abbia fatto... Io l'ho portato in Italia e l'ho adottato".

M. parla un italiano ottimo. Ma soprattutto ha due occhi che sorridono. "Lo operano, oggi, il 19 marzo, la data della morte della mamma. E' la seconda volta che capita questa coincidenza...".

L'operazione è durata 6 ore. Pare perfettamente riuscita.
M. si rilassa un po' e sorride. Mi saluta.

M., san Giuseppe "di Romania".

03 dicembre 2013

Vincere. E perderemo

Spogliatoio della piscina comunale di Ostia. Bambini e bambine tra i 4 e i 10 anni che scorazzano tra piscina e docce in base ai turni.

Domenica ci saranno le prime gare/esibizioni: per moltissimi di questi piccoli è la prima volta che "misurano" le proprie capacità, i propri limiti e, sopratutto, le proprie emozioni.

flickr/pico2009

Sto asciugando i capelli a una delle mie figlie. Nell'arco di 10 minuti sento:
  • una madre apparentemente premurosa e con la voce flautata rivolgersi occhi negli occhi al figlioletto (un cosino carino di 5 anni al max), dicendogli: "Allora vincerai domenica? Ce la farai a vincere?... ". Il cosino carino e spaurito (ancora per poco) risponde: "Ma... non lo so... forse". E la mamma: "Vincerai, bisogna vincere".
  • un padre agitato, chiuso nel bagno col figlio (questo un po' più grande, 8-9 anni) e lo sta rimproverando per qualcosa che non ho sentito. Ma sento la coda: "Vabbè, non importa... basta che domenica vinci tutte le gare"...
Sono uscito amareggiato. Arrabbiato. Un po' rassegnato.

30 ottobre 2013

la Provvidenza ha sempre un nome

La Provvidenza quell'anno si chiamava Elena e abitava al quinto piano, uno sopra di noi.

Si presentò alla nostra porta da sconosciuta pochi giorni dopo la nascita del nostro primo figlio. Aveva in mano una copertina di lana celeste e disse a mia moglie Luisa: "L'ho cominciata a fare quando ti ho visto che avevi la pancia. Spero di non sembrare invadente". Luisa sorrise, grata.




Elena viveva da sola. Non aveva figli, ma tanti fratelli più o meno anziani di cui spesso si occupava con grande cura.

E si cominciò ad occupare anche di noi.
Dopo una prima chiamata d'emergenza, Elena qualche volta scendeva in vestaglia e pantofole a stare coi bimbi se Luisa doveva uscire di casa per situazioni impreviste altrimenti ingestibili, con me a lavoro, 2 nonni "inagibili" in Puglia e 2 in un'altra zona di Roma. In fondo, un po' soli anche noi.

Un giorno ha confidato a Luisa che quella "prima volta" ebbe tanta paura ma che fu una piccola svolta, ché in quel tempo preciso stava vivendo un momento di chiusura e di solitudine.

Ci ha detto che la nostra fiducia le ha ridato vita.
La sua disponibilità, la sua presenza inattesa, ci ha ridato il gusto della fiducia.

Elena, grazie. La Provvidenza ha avuto il tuo nome e il tuo volto per noi. Mi mancherai.

ps. ogni tanto ci tocca tornare col cuore e con la memoria all'Esquilino, dove abbiamo vissuto per sette anni e dove la nostra famiglia si è formata. Sono nati lì tutti i nostri figli. Questa volta il viaggio negli affetti è per un lutto. Che ci mette tanta tristezza ma ci ricorda come e quando Dio ha agito concretamente nella nostra vita.

18 ottobre 2013

cognomen omen

Sono Sereni e anche Salustri.
Sono anche un po' Tognaccini e Vannuccini.
E persino un po' Borri, Fulceri, Mugnaini e Balsimelli.

Oh, da qualche giorno m'è presa coi cognomi di famiglia. Sarà la vecchiaia...


Un albero genealogico di storia e di storie che si fondono e a volte si smarriscono. E che spesso non si conoscono bene.


Ma le conteniamo e apparteniamo un po' a tutte.

03 ottobre 2013

tra Benedetto e Francesco non mettere il dito

Il titolo non suoni irrispettoso o frivolo e la rima non torna, ma seguitemi un attimo.

Scrive Alberto Melloni oggi sul Corriere una cosa che introduce bene e che condivido: "Il ministero di Francesco sta esercitando su tutti una funzione maieutica: fa affiorare la gioia degli infelici, la diffidenza dei diffidenti, il narcisismo dei narcisisti, l'opportunismo degli opportunisti, il dolore dei dolenti, la sete di comunione degli esclusi, la speranza di chi l'ha perduta, la fede di chi vedeva un lumino dalla fiamma smorta in fondo alla propria esistenza e non sapeva dargli un nome".

Seguo sin dall'elezione del Papa l'evolversi della dialettica aperta tra l'apologetica più o meno ingenua di chi, fuori e dentro la chiesa, esalta Francesco ad ogni alzata di sopracciglio e chi, fuori e dentro la Chiesa, Francesco proprio non lo può digerire. In mezzo c'è un universo di sfumature, di umanità e di cristianità che viene bypassato, ma che non si sogna nemmeno vagamente di contrapporre in modo polemico i due pontefici. Ma così vanno le cose.


La dialettica corre sopratutto lungo il filo della "continuità" o della "discontinuità" tra Francesco e Benedetto XVI, giocata a seconda delle opportunità e del livello di frustrazione, una volta più su un verso, una volta più sull'altro. Per me c'è molta continuità di fondo tra i due pontefici ed è segnata dal potentissimo gesto della rinuncia di Benedetto XVI. Ma se mi fanno notare gli elementi di discontinuità non casco dalla sedia. Mi pare normale.

Ebbene, penso però che se un osservatore esterno (più o meno vicino e più o meno esperto della materia) analizzasse, sottolineasse e contrapponesse sistematicamente le diversità che ci sono tra me e mia moglie - che, per inciso, desideriamo nonostante questo vivere e camminare il mondo insieme e della nostra diversità stiamo imparando negli anni a godere - invece di contemplarci come una sola carne, due persone diverse unite nel matrimonio, noi saremmo già divorziati da anni. Non so se mi spiego.

23 agosto 2013

Otello dava baci

Sono mesi che ogni tanto mi perdo nei ricordi.

La mia testa srotola nel silenzio dei viaggi e delle passeggiate da pendolare parole e immagini che poi non fisso quasi mai per iscritto.

flickr/Gufoblu

Stamattina mi sono tornati in mente, d'improvviso, i baci di mio nonno materno.
Ho sorriso. La sua barba spinosa e mal fatta, quella tenerezza rara regalata al nipotino sulla punta di due labbra sottili appena accostate alla guancia. Che la nonna invece di questi regali era un po' avara.

Non so perché proprio questo preciso ricordo. Forse uno certe cose le cerca nel forziere della memoria solo quando servono; come quando all'improvviso ricordi che riposto chissaddove hai da secoli un oggetto che proprio in quel momento è prezioso, imprescindibile. Ed è un sollievo.

Che oggi a dirle certe cose vedo tanto pudore e imbarazzo: come se tutto l'affetto e la tenerezza di un adulto per un bimbo fossero sempre da sospettare, maschere di molestie orribili.

Mio nonno, Otello Salustri.
Quello che oggi mi ha fatto far memoria che la tenerezza non fa meno uomini; e che un giorno, in silenzio e in fondo da solo come spesso era vissuto, per primo mi insegnò che rumore fa la morte.

Una storia minima e un po' misteriosa la sua che me lo ha sempre reso caro.

21 agosto 2013

lavorare è servire

Il mio storico medico di famiglia va in pensione. E ha scritto una lettera ai suoi pazienti (da oggi pare si debba dire "persone assistite", ma vabbè).

Leggerla mi ha fatto tornare alla mente tanti ricordi. Anche quelli di tanti medici cui è capitato di doverci affidare.
foto flickr/SalFalko


Sgombrate un po' le emozioni, gli ho risposto così:

Carissimo S. ... Ti auguro ogni bene e ti ringrazio per il tuo lavoro e il tuo servizio di medico: "servizio" è una parola caduta in letargo almeno nelle grandi discussioni, sopratutto quelle che riguardano il lavoro; e Dio sa quanto invece avremmo tutti bisogno che venisse riabilitata e valorizzata.

Ho sempre apprezzato la tua capacità di curare innanzitutto nella relazione con chi hai di fronte; senza un coinvolgimento emotivo esplicito ed evidente ma con "ferma tenerezza", e con occhi interessati e orecchie che sanno ascoltare: garantiscono già almeno un 30% della possibile guarigione. Un'attitudine non di tutti
. Grazie!