26 febbraio 2016

la fedeltà non ha obblighi

Hanno tolto l'obbligo di fedeltà: apriti cielo! Quelli esultano, anche con espressioni sconcertanti, invocando il fatto come un successo "dei cattolici", perché permette di distinguere il "vero" matrimonio dalle nuove unioni; quegli altri, parlo tra questi sempre dei cattolici, sono furiosi, sdegnati, contristati perché non si vuole riconoscere la dignità di unione e di amore davvero duraturo, in particolare alle coppie omosessuali che si vogliono scegliere "per sempre".

Risonanze opposte alla notizia dello stralcio dell'obbligo di fedeltà dal discussissimo ddl sulle Unioni civili. E tutto ciò al netto dei pasticci politici e delle opinioni sulla legge.

Quando ho letto, però ho pensato subito: ma nel matrimonio cristiano non c'è nessun "obbligo" di fedeltà


L'obbligo è una previsione giuridica che risponde a un'esigenza sociale di tutela dell'unione e per questo implica anche una possibile sanzione da parte dello Stato: la facoltà di chi è stato tradito di ottenere per questo motivo il divorzio con tutti gli addebiti conseguenti. Dal Codice civile (art. 143): "Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà".

Ma che c'entra tutto questo col matrimonio cristiano, col sacramento che gli sposi celebrano? 

Spiega da subito questa distinzione tra i due matrimoni anche l'introduzione al nuovo rito del matrimonio: "Fedeltà offerta come dono del mistero celebrato e proposta anche come obbligo giuridico".

La fedeltà coniugale, per i cristiani, infatti è una promessa e non un obbligo. 

E la fedeltà promessa di cui si parla è prima di tutto quella di Dio a noi e anche alla scelta reciproca dei coniugi. Sempre dal Rito del matrimonio, la troviamo espressa per esempio nel Salmo 99: "L’amore del Signore è per sempre, eterna è la sua fedeltà". A questa pre-esistente promessa di amore e fedeltà (che noi crediamo già mantenuta peraltro), gli sposi rispondono con loro promessa reciproca: "Prometto di esserti fedele sempre", una promessa fatta alla luce di tutti i nostri limiti, una promessa che è un'esigenza della relazione (cura, responsabilità e felicità dell'altro) e un cammino spirituale. 

Non c'è obbligo, ma piena libertà orientata all'amore adulto. Non c'è sanzione di un'autorità esterna, superiore tutor del bene comune: ci sono le ferite che l'infedeltà procura a entrambi i coniugi. Ma come sappiamo ci sono matrimoni che sopravvivono anche a queste ferite. E per gli altri che "finiscono", crediamo siano comunque indissolubili. Nonostante l'infedeltà abbia separato i coniugi, a volte anche per il loro bene terreno, quel legame resta per sempre. 

Ora i cristiani credono d'altra parte che essere fedeli nel matrimonio, in cui la differenza sessuale non è solo un accessorio moralistico ma un presupposto, racchiuda la via per la pienezza di ciascuno sposo e per la felicità coniugale; ma che anche per questo sia appunto la strada privilegiata per conoscere Dio: "Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore". E questa sposa qui, a rileggere il libro di Osea, era tutt'altro che fedele.

La sovrapposizione storica, giuridica e sociologica tra matrimonio cristiano e matrimonio civile non necessariamente ha prodotto frutti buoni. Ha anche confuso categorie, seminato parole e convinzioni che oggi spesso non dicono più nulla.
 
Diradare questa confusione, ridefinire i confini tra le due realtà, può aiutare a ritrovare le parole giuste per annunciare la bellezza del matrimonio cristiano (come vocazione, come promessa di bene) e provare a risignificare da cristiani la ricchezza, la dignità e la potenzialità sociale del matrimonio civile.

01 febbraio 2016

Family day/Ddl Cirinnà: un buco nero col conflitto intorno

Questo l'avevo scritto "prima", senza pubblicarlo. Ma a rileggerlo "dopo", alla luce dei fatti, funziona anche meglio.
Ho letto tante cose, ascoltato diverse posizioni, espresso le mie convinzioni e anche le mie incertezze sui social media a proposito della questione “ddl Cirinnà” e del “Family day”. A me tutto questo can-can sembra un buco nero.
 
Un buco nero che risucchia tutto. In una spirale in cui ragione, diritti, buon senso, storie di vita, legittime aspettative e strategie politiche si avviluppano indistinte con pregiudizi, ossessioni, capricci, senza scordare meschinità e ipocrisie. Il problema dei buchi neri è che non si sa dove portino e se portino da qualche parte.

Anche io mi sento risucchiato, proprio perché famiglia e matrimonio (che per me è solo tra uomo e donna ed è prima di tutto Sacramento) mi stanno a cuore.
Ed eccomi qui, per attrazione cosmica, passione e un po’ di istinto.
Sulle forze, le questioni che hanno attivato il buco nero, rimando a un'interessante riflessione (con esercizio annesso) di Giovanni Grandi. In sintesi, Grandi ha contato che in ballo ci sono almeno 17 differenti questioni e che questo non depone, per esempio, per l’opportunità di affrontarle in piazza.
Non c’è bisogno che mi si convinca della “funzionalità” di una manifestazione popolare dentro la dialettica di una dibattito politico. Ma la nostra vocazione di cristiani laici nella società, oggi, in vista del bene comune, si riduce a prevalere (prevalere?) con metodi e strategie del mondo per stargli appresso, per non dargliela vinta? Tutto qui?

Aggiungo, quindi, la mia forte perplessità sulla retorica da piazza.
Le parole ricorrenti di alcuni promotori della manifestazione del 30 (sugli aderenti e partecipanti, inclusi amici e persone che stimo, dovrei fare un post diverso) che mi colpiscono di più sono: “popolo”, “piazza” e soprattutto l'orizzonte della “vittoria”, laddove vincere o perdere, essere milioni o mille, sembra una questione di onore, più che di normale bagarre politica. Ammesso che qui a questo mondo si sia chiamati a “vincere” e in che modo. Se guardiamo al Crocifisso, dico.
Infine, temo che questa questione del Ddl Cirinnà/Family day sia una propaggine di un conflitto assolutamente interno alla Chiesa italiana.
Il cardinal Bagnasco ha detto nella sua prolusione alla Cei che "i Vescovi sono uniti e compatti nel condividere le difficoltà e le prove della famiglia e nel riaffermarne la bellezza, la centralità e l’unicità: insinuare contrapposizioni e divisioni significa non amare né la Chiesa né la famiglia". La formula nella lettera non fa una piega. Ma, non so tra i vescovi, ma tra i laici un po' di divisione la vedo. E non tanto su chi si va poi a votare alle elezioni, che è nelle cose.
Ammantato dalla difesa di alcuni valori, si sta guerreggiando - con una gradualità di misericordia e attenzione reciproca che arriva anche a zero - su chi debba dettare l’agenda della Chiesa italiana. Personalmente mi rattrista molto la logica del “con me o contro di me” e l'abuso dell’immagine dell’unità dei cattolici, usata come richiamo-ricatto, morale e spirituale.
È una versione più hard, su un piano pubblico e laicale, delle normali diversità di vedute emerse durante il Sinodo. Un conflitto in cui si cerca la (scontata) parolina del Papa che legittimi, ma allo stesso tempo si delegittimano nei fatti alcune voci vicine al Pontefice e la proposta spirituale contenuta in Evangelii gaudium, ribadita con forza a Firenze da Francesco, nel Convegno ecclesiale, con chiari riferimenti proprio allo stile della presenza politica della Chiesa e dei cattolici.
Una volta, pochi anni fa dico, si sarebbe parlato sprezzantemente di “cattolici adulti”. Vuol dire che finalmente siamo tutti cresciuti.

27 gennaio 2016

Family day/Ddl Cirinnà. Ok, ma perché ci sposiamo (in chiesa)?

Ero lì che cercavo di impastare un polpettone in cui ammannire ai pochi interessati la mia fondamentale e autorevole opinione sul Ddl Cirinnà e sul Family day, peraltro la milionesima in circolazione tra web e social in questo periodo.

Un amico leggendo l'ennesima bozza del post, dopo un principio di indigestione che ha dissimulato con la solita eleganza, mi ha domandato: "Ma dì la verità, che cosa veramente, ma veramente, ti fa arrabbiare del Family day (e dintorni, ndr)?".


Alla fine, laggiù in fondo al cuore, arrivo sempre allo stesso punto. Da anni. C'è un problema collaterale, diciamo così, a tutta questa questione; un problema che trovo molto serio e abbastanza scansato.

Da secoli, i credenti - e di conseguenza poi tutti gli altri e gli "anti" - hanno spesso ridotto o hanno accettato di ridurre la questione matrimonio e famiglia a un minestrone fatto di consuetudini, esigenze sociologiche e problematiche di diritto (canonico e non), con un discreta colata di moralismo sessuale.
A volte, per inciso, senza una vera conoscenza della morale cattolica e della sua proposta. 

Se stai leggendo e stai pensando: "Perché, caro il mio polpettonaro, c'è forse altro?" abbiamo un problema.

Domande.
Perché due persone, un uomo e una donna, si dovrebbero sposare (in chiesa) oggi?
Perché tu che leggi (non) ti sei sposato? O (non) pensi di farlo o (non) ti stai chiedendo se?
Perché celebri quel matrimonio? Perché accompagni quei due giovani che dicono di volersi sposare? Etc

In queste domande, se non ce lo siamo perso tra le scartoffie, gli emendamenti, le sentenze, i convegni, la casistica, le adunate e le questioni di principio, c'è il cuore della missionarietà del matrimonio cristiano. Dentro e fuori la Chiesa.

28 ottobre 2015

Sinodo sulla famiglia? Alla fine è solo l'inizio

Tra le parole-chiave del lungo percorso del Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica sulla famiglia che si è appena concluso, ce n’è una che mi sembra molto cara a Papa Francesco: “ermeneutica”, ossia il metodo di interpretazione di un certo oggetto di indagine. La mia personalissima “ermeneutica” per provare a condividere qualche riflessione sull’evento sinodale e su come mi pare abbia viaggiato in Rete è in una frase: cominciamo dalla fine.


Perché se cominciassimo dall’inizio, almeno della parte ordinaria del Sinodo, forse ci smarriremmo presto o ci passerebbe l’appetito, come di fatto credo sia accaduto alla grande maggioranza delle persone, almeno quelle che hanno tentato di seguire gli eventi senza essere addetti ai lavori. Hanno, infatti, dovuto dribblare senza perdere l’equilibrio lo scientifico coming out di monsignor Charamsa; o deglutire a forza, ogni giorno, nella speranza di un gustoso dessert finale, il piatto unico messo in caldo da tempo, ossia la questione dei divorziati risposati. Questione che è poi stata il filo rosso del già ribattezzato “sinodo dei media” (o “attraverso i media”) su cui tornerò brevemente tra qualche riga.

Quindi, cominciamo dalla fine. Intanto dal testo della Relazione finale. Senza poter entrare nei dettagli per tutti coloro che come me nutrivano certe aspettative, consiglio di rileggere il testo al contrario, dall’ultimo numero al primo. Le aspettative su quello che nelle formule è da tempo definito il passaggio da una famiglia “oggetto di pastorale” a “soggetto pastorale”; su una esplicita considerazione degli sposi come protagonisti della vita della Chiesa e non solo dei tribunali canonici e dei confessionali; sulla migliore valorizzazione di una fragile ma bellissima realtà che è anche un sacramento, trovano delle risonanze interessanti: si tratta di vedere come e quando queste si concretizzeranno nella vita ordinaria delle comunità cristiane. Se dovessi prevederlo dal semplice livello di partecipazione in questi mesi di cammino sinodale sui social media di persone che non sono stretti addetti ai lavori, sarei costretto a essere un po’ pessimista.

Per non cadere nel pessimismo, cominciamo dalla fine anche col discorso conclusivo del Sinodo del Santo Padre. Papa Francesco, con lo stesso linguaggio e lo stesso orizzonte del suo programma pastorale, la Evangelii Gaudium, ha spiegato con la parresia richiesta ai vescovi (e usata però, ha detto lui, a volte con “metodi non del tutto benevoli”) cosa significhi concludere un Sinodo: “Tornare a ‘camminare insieme’ realmente”. Un camminare insieme “realmente”, appesantito negli anni dopo l’impulso in questo senso del Concilio Vaticano II. In un testo molto ricco di immagini, come di consueto, ne offre una che sa di parola definitiva, ossia che concludere il Sinodo “significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole ‘indottrinarlo’ in pietre morte da scagliare contro gli altri”.

Comincio dalla fine anche a proposito del tenore dei commenti sul “risultato” del Sinodo. Perché fino all’ultimo il Sinodo dei media ha scelto – altra ermeneutica – il criterio di interpretazione dello scontro politico, della lotta di potere. Non mi trovo d’accordo con chi glissa su questo e dice che non sia vero che c’è purtroppo anche nella Chiesa chi coltiva e considera prevalente questa dimensione; ma sottolineo come questo punto di vista abbia, in maniera (in)evitabile e non sempre innocente, sviato l’attenzione dei più dalla ricchezza di quello che effettivamente stava avvenendo a dispetto dei vari complottisti, gli uni contro gli altri armati.

Prendendo spunto proprio dal voto finale sulla questione della ammissibilità ai sacramenti dei divorziati risposati (1 paragrafo su 94), spiega bene anche questa questione Andrea Tornielli in un suo commento davvero esaustivo: “La portata di quanto accaduto ieri al Sinodo viene ora minimizzata, sui media, sia da quelli che fino all’ultimo speravano nella bocciatura di quel paragrafo per indebolire ogni apertura, sia dai commentatori aperturisti, delusi per il fatto che il Sinodo abbia concesso troppo poco in questa materia. Così, ancora una volta, nel (corto) circuito mediatico, i due opposti si toccano e in fondo concordano. Incapaci di cogliere, sia gli uni che gli altri, quel ‘camminare insieme’ del Sinodo, quello sguardo autenticamente evangelico di una Chiesa la quale, fedele fino in fondo all’insegnamento del suo Signore, cerca ogni strada per avvicinare, accogliere, reintegrare, abbracciare, perdonare, includere”. 

All’inizio del percorso sinodale avevo immaginato (sognato) un incontro meno ingessato e più “all’amatriciana”, che si svolgesse intorno a una tavola, in una casa vera e non in un salone austero, con l’odore del sugo della domenica: il Santo Padre con padri e madri sinodali, preti e laici, e ovviamente coppie e bimbi, tutti insieme seduti alla mensa, che è il primo luogo di incontro, anche dialettico, ma segno che fa davvero casa, “chiesa domestica”. Non ci siamo ancora, ma non dispero: magari un assaggino di metodo al prossimo Convegno ecclesiale a Firenze?

(pubblicato su www.copercom.it)

12 ottobre 2015

dopo Marino sono finiti gli alibi

Non mi convince la vulgata per cui "il Papa ha fatto dimettere Marino". Né mi sembra utile dibattere troppo a lungo, vista l'ampiezza del file "Roma", sull'opportunità della risposta di Papa Francesco.

Quello che "ha dimesso" Marino lo raccontava già circa 10 anni fa Alessandro Messina (attuale dg di Banca Etica) in questo suo libretto che conservo gelosamente e di recente cito spesso.


E' la sua avventura sostanzialmente impossibile da dirigente (tecnico) dentro l'amministrazione capitolina.

Qui c'è il punto di volta: da Mafia-Capitale in giù o in su, come ve pare.

Da qui in avanti chiunque si candidi a sindaco di Roma non ascolto più menate sui "valori": da quelle sulla sinistra che "volemose bene", che è sempre buona e "meglio degli altri"; a quelle per qualcuno rassicuranti, e in genere appiccicate lì apposta, sui valori della famiglia e della difesa della vita e bla bla bla.

Personalmente pretendo che qualunque candidato sindaco mi spieghi in programma, e lo metta ai primi 3 posti, come intende avviare la riforma della Pa romana e filiera (metodo e percorso) e come intende combattere piccola e grande corruzione e infiltrazioni malavitose.

Solo su questo fronte si può pensare di ricostruire una "comunità" consumata e dissanguata da un tessuto infinitesimale e radicato di interessi privati, piccolissimi e grandissimi. Solo così possiamo pensare davvero di puntare al futuro delle nostre famiglie (insieme a quelle degli altri, ovviamente: non proprio solo la "nostra nostra").

Basta alibi. Questo è il nodo politico sostanziale su cui personalmente baserò la mia decisione di voto.

22 agosto 2015

I Casamonica e la chiesa in uscita

"Non ero al corrente di quanto avessero preparato all'esterno". "Non sapevo chi fosse" (ma altrove risulta abbia detto "qualche volta me ne hanno parlato ma di persona non li conoscevo").

A me quello che sconcerta di più sono queste frasi del parroco di Don Bosco Cinecittà, tra l'altro una chiesa e una realtà salesiana che mi sono care. Ma questa è un'altra storia.


Infatti, più leggo cronaca e commenti e più non mi soffermo sul fatto se quel funerale, a Vittorio Casamonica, il "re di Roma", andasse fatto o no. Secondo me, anche sì, magari senza esequie - cioé la Messa - ma con una semplice benedizione della salma; perché è vero, se ci crediamo, che la misericordia di Dio è per tutti. Inclusi Vittorio Casamonica, me e don Manieri. E se si pentono e abbassano il capo, è meglio (per loro).

Per questo, senz'altro, qui ci voleva almeno il coraggio e la forza, di far togliere da "casa propria" quei manifesti con il defunto vestito da Papa (Francesco) a dominare Roma. Un segnale alla comunità civile e alla Chiesa, prima che uno sfregio, a dire: qui comandiamo noi e "famo come ce pare". Non esattamente un'indicazione di penitenza e di rispetto per la Chiesa e il quartiere. Ma non tutti sono don Puglisi, purtroppo.

Mi chiedo però - e non per diminuire la gravità dei fatti e delle decisioni prese e non prese - quanti siano quelli tra coloro che biasimano il parroco che hanno il coraggio e la forza di dire un "no" al loro piccolo o grande "Casamonica quotidiano" quando ci si trovano faccia a faccia. Forse una comunità civile, insieme a una ecclesiale di laici e chierici corresponsabili del territorio che abitano, anche piccola ma solida e attaccata con forza al Vangelo, avrebbe dato questo coraggio al parroco. Non può solo valere il viceversa.

In ogni caso, la "chiesa in uscita" chiesta da Francesco non può più permettersi di dire, in ogni situazione della vita, "non mi sono accorto di cosa succedeva fuori" (con la specifica che "però il rito all'interno si è svolto compostamente") e "non sapevo chi fosse".

Esco da una vacanziera full immersion di Star Wars con i figli. Per parafrasare il vecchio maestro Yoda, nella vita della Chiesa oggi non c'è più guardare se fuori o dentro: c'è solo fare o non fare.

19 agosto 2015

noi, l'Inps e (finalmente) il congedo parentale a ore

Alla fine è online. Dal 18 agosto 2015 (con circa 2 anni e mezzo di ritardo dalla previsione di legge) è ufficialmente attiva sul sito dell'Inps la procedura per richiedere via web il congedo parentale su base oraria (il cosidetto congedo parentale a ore).

Dico "alla fine" perché è stata una curiosa avventura burocratica (e anche uno studio di caso di comunicazione istituzionale) iniziata per me nell'ottobre del 2014 pochi giorni dopo la nascita di mio figlio Francesco.



In quel periodo ho cominciato a informarmi su questa forma di congedo (che già avevo utilizzato per gli altri tre figli, ma non su base oraria), salvo scoprire che - nonostante fosse ampiamente promosso e spiegato anche sul sito dell'Inps - era di fatto impossibile farne richiesta.

Una classica situazione in cui la burocrazia (che nasce per semplificare la vita delle persone offrendo a tutti le stesse opportunità) fa divenire una tregenda quella che dovrebbe essere invece una sana e intelligente opportunità; e un'occasione perduta, per i tantissimi che di fronte agli ostacoli rinunciano, quella che potrebbe essere una buona pratica diffusa.

Spinto da una duplice motivazione, quella del cittadino/genitore/lavoratore frustrato e del "comunicatore" perplesso, scrivo così un post che diventa piano piano una specie di "forum" improvvisato sulla questione. Sì, perché scopro di non essere il solo in Italia a immaginare di godere di questo tipo di opportunità. Dal primo commento di Nunzi a Francesca, da Luisa a Luisa2 (papà come me pochi pochi, a dire il vero) si forma piano piano una piccola comunità che per mesi e mesi si aiuta a capire come cavarsela. Incluse le modalità per fare pressione su Inps e istituzioni.

Perché pare che il mio povero post campeggiasse in cima ai risultati di ricerca di Google sull'argomento specifico; dal momento che altrove, quotidiani e siti specializzati inclusi, non c'era modo di capire come risolvere la questione.

Stante che poi io il congedo a ore non l'ho più potuto e voluto richiedere, la parte bella della vicenda per me è proprio la costituzione di questa comunità informale di perfetti estranei che senza insulti, minacce, ruspe o ipotesi di complotto, quanto meno è riuscita ad ottenere una risposta ufficiale e una soluzione utile non solo ai diretti interessati.

Una soluzione parziale, però, perché alla luce delle ambiguità, vere o presunte, del Jobs Act - che ha recentemente ampliato l'istituto del congedo parentale - solo coloro che hanno un CCNL che lo preveda nel dettaglio, possono ottenere un vero congedo su base oraria. Gli altri possono solo chiedere un congedo per metà delle ore della giornata di lavoro: in pratica un part-time e non un congedo a ore, che neutralizza la logica dello strumento.

La realtà è che siamo ancora lontani da un Paese (sistema di welfare pubblico e aziende) che consideri la flessibilità del lavoro e la conciliazione lavoro-famiglia come un segno di civiltà e persino come un fattore di maggiore produttività del lavoratore.

ps. il congedo parentale in Italia costa al lavoratore (si pensi all'impatto su famiglie monoreddito) il 70% delle stipendio. Invece, tanto per capirci, ci sono aziende nel mondo che garantiscono a neomamme e neopapà un anno di congedo retribuito al 100% per stare a casa col proprio figlio dopo la nascita.

21 luglio 2015

l'uomo che attraversa sulle strisce

Una mattina da pendolare come tante. Esco dalla stazione e, invece di prendere il bus al capolinea, decido di arrivare in ufficio a piedi.

Qualche volta lo faccio: per evitare l'attesa, la ressa e, vabbè, anche per dare meno millimetri di orizzonte all'occhio languido di mia moglie sulla mia pancetta da ex atleta.

C'è un gran viale a due corsie da attraversare. Attraverso la prima parte insieme al "branco" degli altri pendolari. Poi sull'altra corsia le strisce non sono sulla stessa linea (perché c'è una curva): tocca risalire un po' indietro per ritrovarle.


Io solo lo faccio.
Gli altri 20/25 pedoni no, vanno dritti (o meglio di traverso), sfidando in ordine sparso non dico il codice della strada ma di sicuro i vaffa degli automobilisti e il calcolo delle probabilità di essere investiti.

Una volta vi avrei descritto, pallosissimo e sdegnato, la fenomenologia antisociale di quei debosciati che così poco (ormai) si curano delle regole e di un dettaglio così utile e importante anche per la sicurezza altrui.

Ma questa mattina non ne ho fatto una questione di principio.

Ho solo preso atto, sorridendo, che sono anche questo qui: uno che nonostante tutto e nonostante "gli altri" facciano diversamente, attraversa sulle strisce.

24 aprile 2015

Migrazioni e mediterraneo: in cima a un muro a difendere un orto

Mi hanno chiesto un commento e sono arrivato buon ultimo: sulla strage dei migranti nel Canale di Sicilia, sulle decisioni dell'Ue e su Triton e su quello che è capitato in proposito sulla pagna Facebook di Gianni Morandi. Che poi, va a capire come, da Morandi sono zompato a Ivano Fossati.


Sarò ormai in preda a suggestione musicale, ma rileggendo a freddo alcune reazioni pubbliche, oltre a quelle private, su migrazioni, Mediterraneo, Libia e Isis, tutto incluso, mi risuona un verso di una famosa canzone di Ivano Fossati: “Abbiamo nella testa un maledetto muro”. Tanti di noi sembrano sentirsi come soldati di prima linea. Di seconda o terza linea, diciamo, meglio. Fieri e armati fino ai denti, in cima a un muro alto alto, per difendere un orticello (...)

puoi leggere tutto l'articolo sul sito del Copercom

03 aprile 2015

sono stati 'i zingari

Due donne, colpevoli di non essere vestite abbastanza a la page o comunque in modo "rassicurante", vanno a cena dal fratello di una di loro e gettano lo scompiglio in un elegante condominio di una cittadina del Sud Italia.

Nell'ascensore condominiale, dopo questa inquietante e improvvida invasione, compare un foglio:




L'ospite, un signore, omettendo misericordioso di commentare la grammatica, ha poi risposto così:

"Giusto per tranquillizzare gli animi, volevo comunicarvi che probabilmente c'è stato un piccolo malinteso. La 'coppia di zingari' era formata da mia sorella suora che sta dedicando la propria vita agli ultimi e da una profuga serba con seri problemi di salute. E comunque non preoccupatevi! Vivono in Emilia e non li rivedrete x diverso tempo. Con la speranza che la povertà, la sofferenza e le ingiustizie continuino ad interrogarci, auguro a tutti una buona giornata."

Scandali, fondi pubblici e conti privati depredati, corruzione, crisi economiche, tragedie di vita familiare e cataclismi naturali e metteteci pure l'Is e accoliti. Tutta roba che sembra sempre capitare su Marte e sempre per colpa di altri.

Ma, niente, per tanti italiani non c'è male più maligno, spauracchio più pauroso, nemico più temibile degli zingari: anzi, 'i zingari, come si dice a Roma.
Poi che siano Rom, Sinti o manco per niente "zingari" o solo poveracci che non hanno un letto per dormire, chissene importa.

Stai sicuro che se qualcosa va storto in questo Paese pieno di persone perbene "so' stati 'i zingari".

E se mai capita invece che il ribaldo è quel brutto ceffo della bisca sotto casa o il capoufficio maneggione che magari poi "ce licenzia", invece, silenzio. E forse un sorrisino complice. Alé!