04 ottobre 2010

un missionario è per sempre

Fulvio è lì, seduto alla sua scrivania. Il suo nuovo lavoro, da ingegnere, lo chiude – ironia del gergo del business - in un open space senza finestre, ricavato in un locale commerciale al pian terreno. Certo, è comodissimo. È proprio sotto casa. Una vera occasione. Provvidenza? Provvidenza. Perché, vanno bene i sogni, ma bisogna pure fare la spesa e pagare le bollette. Anche Elisa, sua moglie, con un passato di chimica in carriera, ha trovato un’occupazione: educatrice in un asilo nido aperto in una parrocchia. Una mamma di 4 figli maschi e vivaci: non le mancano esperienza e tenerezza. E i bambini? Anche loro sono sistemati a scuola. Piano piano, non proprio senza ostacoli, ansie e rincorse, ma sono sistemati. Tutto a posto. Alè!

Fulvio, Elisa e numerosa prole sono appena rientrati da un’esperienza di 4 anni e passa da missionari, in quel di Chibututuine, un villaggio in Mozambico, poco a nord della capitale Maputo.

Formati presso la piccola realtà del Centro fraternità missionarie di Piombino, con altre due famiglie e un sacerdote italiano prima, e poi con sacerdoti locali, tutti fianco a fianco alle piccole comunità del vangelo - che da quelle parti sono l’anima laica della vita ecclesiale - hanno spartito la casa, la vita, l’animazione e la responsabilità della parrocchia che gli è stata affidata dall’arcivescovo di Maputo. Non tanto, o non solo, “progetti sociali” o “di sviluppo”. Ma sopratutto condivisione di vita quotidiana e cura d’anime, se nessuno si scandalizza.

Fulvio, lì alla sua scrivania, alza la testa dal monitor, e cerca ancora l’orizzonte smisurato del mato mozambicano, che fino a poche settimane fa era il suo panorama quotidiano. Quello, sì, un open space! Qui, per ora, gli manca l’aria: tra un po’ ci farà l’abitudine. Dall’altro lato della “giornata tipo”, Elisa rincorre affannata autobus e figli, quelli suoi e quelli degli altri.
La sera arrivano a casa, nel loro vecchio appartamento, si ritrovano tutti insieme, sminuzzano l’uno per l’altro sensazioni e personaggi di questa nuova e vecchia vita da pendolari metropolitani, si abbracciano, litigano e fanno la pace. Magari pregano anche insieme. E, ohibò, fanno all’amore. Tutto bene, vita di famiglia, come quella di tanti altri, credenti e non, “parrocchioni” o distratti frequentatori della messa domenicale, geni atei e travet clericali. In eredità, dall’esperienza fatta, occhi da missionari, allenati a vedere e capire dove e come, anche qui, c’è Vangelo da riscoprire, condividere e incarnare. Da qualche parte si ricomincerà.

Però, però… È possibile che la nostra Chiesa, chierica e laica, non sappia convocare, abbracciare, ascoltare, rielaborare, e poi reintegrare in un modo più creativo una famiglia, una coppia sposata che ha investito la sua vita (stravolgendola), che ha speso se stessa e a cui è stata affidata una parrocchia di decine di migliaia di persone? Nei migliori casi, comunque degni di menzione, il vescovo di turno, bonariamente comprensivo per questi bizzarri scapestratelli, si attiva per prima cosa per trovare un lavoro ai poveri profughi di rientro. Ma questi qua hanno lasciato lavori sicuri e vite ordinate e sistemate per abbracciare ancora di più, da sposi e genitori e nel matrimonio, la Chiesa e con lei il mondo. Cercano più di un lavoro, qual che sia!

La loro è una storia eccezionale, certo. Ma dovrebbe suggerire una domanda seria la cui risposta troppo spesso è affidata a qualche pacca sulla spalla e a qualche largo sorriso. Cosa possono offrire alla vita della Chiesa gli sposi, in forza del sacramento che incarnano, e alla luce di quello che è una famiglia? Quanti sposi cristiani si perdono nella routine del mondo, e anche di tante parrocchie, senza aver modo di chiedersi – discernimento – se come persone e come sposi sono chiamati a “dare” di più nel mondo e nella Chiesa? Sia chiaro, non tutti devono fare i missionari in Africa (ché ce ne sono pure tante di situazioni di missione quotidiana anche qui, a volerle vedere), né gli “eroici” e fin troppo additati animatori di case famiglia e simili.
Ma ci sono alcuni, battezzati e sposati, che hanno “annusato” che oltre alle estemporanee adunate festanti e agli slogan da Family day, c’è di più per loro nel Vangelo.

Ora, se la mattina Fulvio ed Elisa si alzano dal letto e immaginano a occhi chiusi un orizzonte più ampio, non è che vogliono scappare da uffici e routine e tornare nel mato. Cercano solo una vita ancora più piena.

20 commenti:

il moralista ha detto...

il post è stato pubblicato anche qui:

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it

pap ha detto...

ferrari?

il moralista ha detto...

no, preferisco le porsche... :D
....
....
ps. sì

sPuntoCattolico ha detto...

Se posso permettermi, il vero spirito della chiesa ora passa, specialmente per noi laici e sposati per le varie comunità appartenenti alla chiesa (neo catecumenali, sant'egidio, caritas, rinnovamento, focolarini, ecc.) che sicuramente forniranno la giusta integrazione per la splendida coppia di sposi del post.
Per la questione del lavoro, calcolando tra l'altro che stiamo in un periodo di crisi non di poco conto, direi che la chiesa non ha moltissimi mezzi per trovare lavoro... purtroppo.

il moralista ha detto...

benvenuto a sPunto cattolico. Puoi permetterti...

sai cosa, il punto non è l'integrazione per questa splendida coppia (come ho scritto, una grossa eccezione, di quelle che se ab-usate e strumentalizzate, a modello, potrebbe anche distruggere il morale a tanti sposi "normali").

Ma capire il posto delle coppie sposate nella chiesa - con e accanto alle altre vocazioni/ministeri/carisimi - e, prima ancora (ma sono cose collegate), l'investimento vocazionale e formativo per chi si avvicina al matrimonio. Tu fai riferimento ai movimenti... è vero... da lì vengono diverse esperienze, anche originali, da valutare. Ma il rischio è che vengano metabolizzate solo come nicchie speciali... il punto è "fare davvero Chiesa" nel mondo.

Sul lavoro poi... qui, sia chiaro, la chiesa (dei chierici) non è tenuta a trovare lavoro ai "bravi" laici... anche se mostrare - da parte di qualche religioso/sacerdote in più - sensibilità e "informazione" su cosa significa vivere "nel mondo" a volte incoraggerebbe più di qualsiasi pacca sulla spalla e ritiro per gruppi di famiglie.

La discussione è mooolto ampia, ovviamente... le posizioni (mie) opinabili... qui, ci solo alcune battute.

sPuntoCattolico ha detto...

Grazie a te per l'ospitalità e per l'opportunità di poter discutere su un argomento per me molto interessante.
Si, una coppia del genere con quell'esperienza metterebbe in ginocchio quasi tutte le coppie ;-)
"Fare davvero Chiesa" come hai detto tu è un bello ed arduo traguardo. Sono d'accordo con te che questo obiettivo non può esser raggiunto solo con religiosi/sacerdoti ma con il contributo di tutti. Mi pare cmq che anche la chiesa stessa se ne sia accorta tanto da delegare molti compiti e responsabilità ai laici (leggi ad esempio i diaconi permanenti, suore laiche, ma anche coppie per animazioni parrocchiali e catechesi). Quindi ti posso testimoniare con certezza che le comunità dei laici (sempre più diffuse nei più svariati modi) siano il vero lievito e i nuovi carismi della chiesa stessa..

il moralista ha detto...

mi sa che scrivi dal nord Italia... ;)

Marcello ha detto...

Il vescovo di Aosta sceglie il rapporto tra preti e sposati come tema centrale per il nuovo anno pastorale della diocesi:
http://www.aostasera.it/articoli/2010/09/06/15162/mons-anfossi-gli-sposi-e-i-preti-rimangono-i-due-capisaldi-per-il-futuro-dellevangelizzazione
Che te ne pare?

Il post è uno dei tuoi migliori!

sPuntoCattolico ha detto...

Lo devo prendere per un complimento? ehehehehe
Comunque non sono padano.. sono di roma

il moralista ha detto...

@ marcello: grazie, ma è solo merito del "materiale" che ho potuto raccogliere.
E grazie del link... mi sembrano parole che vanno nella giusta direzione... ma sai che io sono un emerito rompiscatole. Mi lasciano un po' di vecchi dubbi - anche se chi scrive non è Anfossi - le prime simboliche definizioni dell'icona familiare di Priscilla e Aquila: "lavorano e gestiscono un'impresa..."... mi piacerebbe che si mettessero più in luce gli altri due elementi "aprono casa al Santo e alle persone" ... è il potenziale di "fare Chiesa" che hanno le coppie/famiglie che va fatto esplodere e davvero condiviso con i sacerdoti/religiosi. Peraltro anche i preti "lavorano e gestiscono imprese" (che mi piaccia poi è altra storia)... Ribadisco che però la chiave di questo reciproco venirsi incontro sta a monte: nella formazione vocazionale dei giovani, una formazione in cui il matrimonio possa entrare con tutte le conseguenze tra le "materie" di esame fondamentali.

@sPunto: ... argh! ho toppato... e, sì, diciamo che era un complimento (alludevo alla differenza di prospettiva in tante situazioni ecclesiali dal Tevere in su)

pap ha detto...

La mia piccola testimonianza.
Gruppetto di famiglie, 8-10, che da sei anni si incontrano pressocchè regolarmente, una volta al mese, e poi qualche cena assieme in piccoli gruppetti. Peschiamo dalla rete spunti per camminare.

Mutuo aiuto e supporto (e sopportazione) per quel che si può.
sempre con la speranza di aprirsi a qualcosa di più grande, ma senza mai sapere esattamente come e in che direzione.
Ed allora proseguiamo, cercando come minimo di stare in piedi, che sappiamo che già questo è importante e necessario per noi.

Ogni tanto qualcuno si affaccia nelle proprie realtà locali, dove sta partendo l'ennesimo Gruppo Famiglie che sta partendo, organizzatissiimo, seguitissimo dal parroco, piani di crescita.
E poi scopre che l'ennesimo Gruppo Famiglia contava sulla sua esperienza per far qualche passetto.

Forse siamo noi troppo timidi, troppo spaventati, troppo egoisti che non rinunciamo alle nostre sicurezze di piccolo gruppo.

vorrei terminare con una domanda, una conclusione.
Ma proprio non so e non voglio far proclami!

paolo

il moralista ha detto...

caro pap...so bene (e dico "so bene") che esperienze simili a quelle che vivi tu ce ne sono diverse, nascoste nelle pieghe della società e pure della Chiesa: certe si assomigliano, altre meno, alcune hanno esiti "prevedibili", altre si perdono in un mare di illusioni, mascherate da progetti, e "onanismi mentali" o anche solo in un oceano di chiacchiere e riunioni senza meta.

Ma se ci fermassimo a questa - oltretutto fisiologica e non giudicabile - evoluzione delle umane cose, ci avviteremmo senza fine. Senza speranza.

Perché dovresti pensare che la vostra esperienza è "egoista" o "timida"? C'è un motivo concreto? Riguarda il gruppo? O una o qualche famiglia del gruppo? Quello che vivete è probabilmente già moltissimo e davvero "salvezza e comunità e missione" per alcuni di voi (sopratutto se questo stare insieme ha anche risvolti pratici, concreti di mutuo aiuto quotidiano, che è davvero un segno forte oggi, anche per tanti gruppi ecclesiali). E tanto basta.

Invece, butto lì due spunti che forse vanno approfonditi tra i vari che mi turbinano:

1) quanto si è in grado - in questi gruppi più o meno istituzionali - di sostenere (anche nel discernimento, maturando competenze se necessario) ciascuna persona e ciascuna coppia nel suo specifico percorso... anche aiutandoli/a - dico anche concretamente - a "osare" altre esperienze, se matura la consapevolezza che questo può essere per loro cosa buona?

2) quanto si è disposti ad aiutare la chiesa e i sacerdoti a costruire un alfabeto per capirsi e per condividere piano piano davvero le reciproche ricchezze e limare un po' di reciproci pregiudizi, anche quelli rassicuranti, sul ruolo di ciascuno. Questo alfabeto potrebbe poi essere la base per quella formazione vocazionale a monte di cui parlavo prima.

ermoviola ha detto...

proprio una bella esperienza. Penso sia stato un grandissimo momento di crescita per le due persone di cu tu racconti.
Però mentre leggevo emergeva anche un'altra emozione in me. Il tuo racconto mi ricorda quella che spesso raccontano i giovani, con le dovute proporzioni ovviamente, tornati da un campo scuola eccezionale oppure da un bellissimo ritiro o ancora dalla grande abbuffata delle GMG...
Poi ritornano e si ritrovano immersi nel tran tran quotidiano, pieni di entusiasmo all'inizio e poi delusi dall'esistente, dal tran tran di una stanca pastorale ordinaria.
Forse è proprio qui la missione nuova per i cristiani d'occidente nel cercare di rinnovare l'esistente

il moralista ha detto...

caro andrea, alias ermoviola, capisco... mi piacerebbe che ti rispondessero direttamente i "protagonisti", se vogliono...

per quanto mi riguarda, l'intenzione "educativa" della narrazione non puntava a idealizzare un "altrove" praticamente irripetibile per quasi tutti... tanto più che l'esperienza di fulvio ed elisabetta è stata anche fatta - come normale - di cose che non funzionavano... ma prendo atto.

pap ha detto...

alla domanda 1): la capacità di tirare la coppia fuori dalla barchetta (riprendendo il vangelo del nostro matrimonio) ce l'hanno solo quelle esperienze più strutturate, provate ed in cui chi guida o ispira ha il coraggio .... di infondere coraggio.
E non è questo il caso nostro, in cui non abbiamo neanche una guida.
Nessuna delle coppie si caricherebbe della responsabilità di suggerire o guidare in un percorso altro e più "demanding" (aaaaarrrgh!)

la domanda numero 2): prima facci trovare un parroco con cui istaurare una dialettica ed una possibile crescita reciproca. Poi avremo materiale per parlarne.

Da noi a Macca, dopo il nostro abbandono, siamo al punto che alcuni laici hanno deciso "occupare" di straforo ed animare la Messa celebrata dal vecchio parroco, perchè non sono riusciti/non sono stati messi in grado neanche di iniziare a parlare con il "nuovo" (che sta lì da 3 anni ormai).

pap ha detto...

appro.

ti abbiamo linkato

http://gruppofap.blogspot.com/

Marcello ha detto...

Una cosa che trovo davvero scandalosa è il fatto che i diaconi permanenti della diocesi di Roma (quelli sposati, tanto per intendersi) si fanno lunghi anni di preparazione per arrivare all'ordinazione, spesso sottraendo tempo alla famiglia, e poi vengono utilizzati soltanto come "volontari con diritto di salire sull'altare".
Perché la diocesi non li paga? Perché non se li prende a tempo pieno? ... perché, insomma, non li tratta come fa con i presbiteri, pagati e a tempo pieno?
Temo che questo riguardi la stragrande maggioranza delle diocesi di rito latino.

il moralista ha detto...

pagare??? ma che sei matto... :)

Marcello ha detto...

La simonia è un peccato solo per gli sposati.

il moralista ha detto...

fulvio mi ha risposto. Ha seguito il dibattito. Mi suggerisce una domanda e mi allega due immagini a mo' di esempio... ora nei commenti non si possono pubblicare immagini... per questo, per gli interessati, dunque, sto preparando un nuovo post...