05 giugno 2012

tre minuti

"Buongiorno, devo rinnovare la carta d'identità".

Ore 11.55, presso gli uffici di un Municipio di Roma. L'orario di chiusura affisso fuori dichiara "13.15".
Sara è da sola. Zero fila. Ci sono due impiegati dietro il vetro dello sportello: Lui, assorto davanti al Pc, ha l'aria (e le movenze) di chi sta cercando di battere il record di "Prato fiorito"; Lei sposta carte e cartelline.


"No, guardi, nun se po' fa", dice lei. "Abbiamo lavorato troppo oggi".
"Ahahaha" ride e sorride compiacente Sara che, sebbene "immigrata" dal Sud Italia, conosce ormai il sarcasmo solare dei romani...
"No, nun ha capito. Abbiamo chiuso" grugnisce Lei.
"In che senso, scusi? Sta scherzando vero? Ma se la chiusura è tra più di un'ora".

Lei la guarda in cagnesco un istante. Grugnisce qualcosa. Si siede scocciata e strappa di mano modulo, foto e vecchia carta d'identità a Sara. Che ancora non si è completamente ripresa dallo shock.

Dopo tre minuti esatti di inserimento dati e stampate varie, Lei consegna la nuova carta d'identità a Sara e dice irritata: "Ha visto quanto tempo me c'è voluto?".

Tre minuti, appunto. Una faticaccia.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi chiedo quanto valga il "tempo" delle persone. Questi tipi di comportamento sono un "lusso" di una Italia che non esiste più e non può/deve più esistere. L'Italietta del garantismo, del posto fisso, del diritto, del riconoscimento senza meriti. Il lavoro, l'aggiornamento, lo stipendio sono scontati, non si sa più perchè si sta dietro quel bancone. Le persone che si presentano allo sportello sono un ostacolo tra il dipendente e la spesa, il pranzo, la serata, la chiacchierata con il collega, la sigaretta, il caffè... si crea un "disservizio" gratuito che irrita chi invece deve lavorare sodo per meritarsi... quello che gli è riconosciuto, e magari ha dovuto prendersi una mezza giornata per rinnovare quella carta di identità... quanto vale il tempo di chi "svolge" un "servizio" per la comunità? Quanto vale il tempo di chi "aspetta" qualcosa di meglio per la comunità?
Romeo

Anonimo ha detto...

si....è vergognoso...e pensare che noi giovani ci facciamo in quattro per cercare un lavoro nonostante anni di studio e una laurea che non serve praticamente a nulla.... in sardo si dice " dogna mandroi tei sotti= ogni poltrone ha una (buona) sorte" per dire che i più pelandroni son quelli che, alla fine, hanno pure il posto di lavoro migliore!!!!!aio!!!(= ma dai)

il moralista ha detto...

cari Romeo e Anonimo, grazie dei commenti.

Vi confesso che io continuo (da anni) a scriver e raccontare queste cose non per acchiappare facili consensi "di buon senso", in un clima di più o meno santa indignazione a ruota libera.

Certo è anche liberatorio scriverlo e anche contestualmente dire pure un sano "vaffa"...

Però io racconto queste cose perché per me certificano sempre e solo una cosa... che aldilà del sistema politico e di tutte le sue magagne strutturali (che ci sono e possono essere migliorate, anche con la critica) ci sono cose che cambiano solo se cambiamo noi, ciascuno di noi, nel profondo del cuore e quindi delle scelte quotidiane.

è l'unica "rivoluzione" che anche la storia sebbene fuori dagli squilli di tromba e dai grandi numeri) testimonia essere davvero efficace e fruttifera.

io ci credo ancora, con tanta fatica. Ma ci credo ancora.

e questo è anche uno dei possibili modi "laici" di assumere seriamente, per un cristiano nel mondo, la sfida permanente della conversione.

Anonimo ha detto...

La mancanza di "professionalità" è la faccia "laica", come tu dici bene, dell'immoralità. Forse contro corrente, ho sempre considerato le varie professioni , anche quelle più nobili, appunto come tali, e non tanto come "missione". E' infatti da condannare un medico che non fa bene il suo lavoro, ma lo è parimenti l'impiegato o l'operaio di un servizio pubblico che trascura gli utenti.
torietoreri