04 febbraio 2009

in punta di piedi

A un caro giovane amico che stamattina mi segnalava un articolo sul "Caso Englaro", ho scritto la lettera che segue. Alla fine scopro di avere scritto tutto quello che in questi mesi covavo, con grande umiltà e consapevole imperfezione.

In punta di piedi, come per salutare Eluana, condivido qui questa mia lettera.

Caro G., su questo argomento ho fatto "silenzio stampa" fino a oggi... sul mio blog, nei vari social network e anche negli incontri "fisici"... non voglio commentare l'articolo dell'Unità, perchè sai bene che altrettante voci "autorevoli" potrebbero argomentare con controdeduzioni persino sul piano medico.

In merito alla tua introduzione, sai che io "sono serissimo".
Guardo dal primo giorno con grande rispetto la storia di questa donna e del suo papà... non posso capirla fino in fondo perchè non ho analoga esperienza... ho letto qualcosa della mole, anche morbosa, di chiacchiere che si sono fatte su questo caso emblematico...

Mi astengo, per il rispetto di cui sopra (perchè la Vita, per me, è maestra come il Dio dei Vangeli) da giudizi sommari e da predicozzi vari, e dai metodi di critica usati anche da certi cattolici in cui non mi riconosco... non mi piacciono le guerre di religione (e qui, mi pare però, ce ne siano due a confronto, entrambe molto zelanti, sulla pelle dei protagonisti) perché tendenzialmente di davvero religioso non hanno nulla.

Però G., questa donna morirà (non è morta). E qualcuno avrà deciso (con la morte nel cuore nel senso letterale) di farla morire, con la collaborazione di qualcun altro. Chiama la cosa anche "pippo" e non eutanasia o omicidio o suicidio assistito... la sostanza non cambia.

Questo a me mette una profonda tristezza e non la trovo una conquista sociale, umana o spirituale. Per questo sono triste.

Perchè la sofferenza, il male, il dolore hanno vinto nella vita di queste persone, cosa pearltro che non fatico a guardare con misericordia e tenerezza...

Mi resta un dubbio. Nella mia breve vita ho capito (e visto con i miei occhi) che la sofferenza non ha mai senso, ma la vita, ogni vita, in qualsiasi modo vissuta sì... anche nel profondo dell'angoscia, del dolore, del degrado ha un potere di "semina" nella vita di chi sta intorno (se non nella vita medesima in questione) davvero misteriosa... Un mistero, una scommessa, come quella di vedere (incomprensibile davvero) Uno che si dice Dio farsi massacrare su una Croce.

Io prego per Eluana e per il papà. E prego per me, perchè di fronte a un caso del genere sappia sempre ricordarmi che io non sono il "padrone" della mia vita. E questa, vorrei sapertelo spiegare per come lo vivo, è una grande libertà.

(foto di Mauro"Kilamdil" Monti/Flickr)

20 commenti:

Giuseppe Sbardella ha detto...

Grazie "moralista" (ma lo fossero tutti, come te).

Anonimo ha detto...

Io non avrei saputo dire meglio. Hai scritto proprio ciò che penso. La vita, anche la più disumana, merita rispetto. Sono molto scossa da quello che sta succedendo: ormai si può solo pregare.
Mirella

Anonimo ha detto...

grazie....grazie davvero.

G. ha detto...

Caro Simone,
condivido e sottoscrivo la tua "consegna del silenzio" in una vicenda strumentalizzata oscenamente dal circuito politico-mediatico, brandita come un corpo contundente per lucrare blasfeme rendite di posizione dinanzi agli occhi anti-evangelici di buona parte della "chiesa di vertice" (la chiamo così, come una qualsivoglia struttura di potere senza fondamento scritturale, per distinguerla dal corpo largo e plurale del popolo di Dio, fatta di laici e di "ministri", fortunatamente assai più incline - per vita vissuta - al dubbio e al dilemma vertiginoso che questa vicenda spalanca).
Se ho pubblicato questi articoli è, diciamo, per controbilanciare una impossibile asimmetria tra la potenza di fuoco del discorso mediatico sul tema e la fragile narrazione privata di noialtri, quella che spesso anticipa e sopravanza il dibattito politico-chiesastico per lucidità e sobria ragionevolezza. Non ti nascondo che mi sfuggono le "autorevoli voci" e le controdeduzioni mediche in campo opposto, se è vero che perfino le pacate posizioni di un cattolico "adulto" come Ignazio Marino - medico anch'egli - sembrano distanti anni luce da certa propaganda "cristianista", che mescola confusamente dogmatica e scientismo. Guarda, Simone, che il paradosso sta già nella denominazione stessa di una delle più rutilanti macchine da guerra mediatiche dell'arcipelago post-ruiniano: Scienza e Vita. Possibile che si debba avere una visione così miseramente biologista e rozzamente materialista - esecrata peraltro in altre circostanze - da considerare "Vita" la dipendenza forzosa da macchinari disumanizzanti, da intrugli chimici distillati in laboratorio, piuttosto che la straordinaria fenomenologia storica del vivente, la pluralità incarnata di relazioni consapevoli che hanno al centro il corpo, il desiderio, l'affettività, l'amore reciproco?
Per me, per la concezione della vita che ho, Eluana è morta 17 anni fa.
Rispetto profondamente chi la pensa diversamente, semmai sembra non esserci diritto di cittadinanza per chi crede e sente altrimenti dalla totalitaria precettistica dei chiromanti vaticani.
Sì, certamente: anche il pensiero laico non si è rigenerato in rapporto alla modernizzazione e alle sfide della modernità. E' passata una sorta di equazione illecita per cui laicità è uguale a mercificazione. Non è cosi. Io sono laico ma la mia laicità, lo dico con tutto il rispetto, non è la stessa di un Pannella. Lui è laico perché liberista, io lo sono perché anti-liberista. Riconosco che c'è una assoluta povertà di percorsi teorici e di ripensamenti. La laicità non può essere sempre uguale a se stessa, e noi dobbiamo pertanto chiederci cosa significa essere laici in un mondo in cui c'è un'offensiva confessionale, ma si prospetta anche un primato della tecnica tutt'altro che condivisibile. Per i laici la crisi delle ideologie è diventata un'ideologia, con l'aggravante di aver conservato intatti i miti positivistici, una sorta di apologia scientista. L’altro fronte, invece, ti mette in campo i grandi interrogativi sui limiti della manipolabilità della vita. Così, in conclusione, sembra uno scontro tra chi difende un mercato e chi, invece, difende un'etica.
E' vero: la folle corsa della scienza-tecnica e del mercato ci pone domande cui non dobbiamo sfuggire. Dobbiamo occuparci della tutela della vita tutta intera, della difesa del vivente, stretto dalla tenaglia tra l'integralismo fanatizzato e il suo gemello mercantile: il laicismo. Rilancio una vecchia provocazione di Bertinotti sulla fine della proprietà privata, nel campo della vita: no alla mercificazione, alla brevettizzazione, alla privatizzazione della vita (e del fine-vita). Altrimenti quel che un tempo portava il vento, verrà catturato dal mercato e dalla tecnica subalterna ad esso.
Non è la famiglia Englaro ad essere "vinta" dalla sofferenza, Simone. E' quel simulacro meccanico della vita che va demistificato nella sofferenza che infligge. Non è un destino: è un dolore inflitto dall'uomo sull'uomo. Non lo confondere con la condizione umana.
Rileggi ancora Sofri, caro Simone: "Rifiutare il dolore, curarlo, lenirlo, ridurne l'aggressione alla dignità dei corpi e delle menti, è un compito decisivo. Non basterà a cancellare la sofferenza dalla condizione umana: quella sofferenza che, anche senza cercarne il riscatto in un Dio, vissuta da ciascuno e da ciascuno immaginata, permette agli umani di sentirsi prossimi e fraterni".
E' la finitezza del vivente, la nostra mortalità e insuperabile contingenza, spesso rimossa anche dall'apparato simbolico religioso, ad affratellarci anche di fronte all'ulteriorità e al mistero (o al Mistero). Nessun dolore apparentemente risolto senza residui dalla tecnica ci consentirà di sottrarci a questa costitutiva creaturalità. Si tratta per me allora di avvicinare il cielo alla terra, di riunire in sé la vita alla sua finitezza, di riconosciuto il carattere sacro della propria vita in quanto parte della sacralità di un tutto in divenire che comprende finitezza e morte. Un senso del morire come parte del vivere e non una concezione sacrale della morte come realtà separata e opposta alla vita. Sento intimamente che è proprio lì, in quell'angoscioso intreccio di vita e morte, che si radica da sempre ed oggi in modo particolarmente intenso l'evenienza del mistero che siamo e che continuamente ci oltrepassa. Ricordi il Gesù di Dostoevskij, che bacia l'Inquisitore e si allontana "per le oscure vie della città" e degli uomini? In lui, testimone umano di una straordinaria relazione di fiducia nell'ulteriorità del mistero (anche maiuscolo) - e magari un'altra volta discuteremo di cristologie e letture della croce - affiderei con fiducia anche il senso della vita di Eluana.
Con uguale affetto,
g.

il moralista ha detto...

a proposito di alcune questioni ribadute da G., vi segnalo questo bel post: http://corsaro.splinder.com/post/19758000/due+domande+su+Eluana

Marco Statzu ha detto...

Grazie Simone!
Molto bello ciò che hai scritto.
Marco

Marcello ha detto...

Grazie moralista.
A quelli che volevano "giustizia", Gesù disse: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra". E subito dopo all'adultera: "Va e non peccare più".

don Mario Aversano ha detto...

Caro Moralista, ti ringrazio per il tuo post. Non sono una specie di cattolico-macchina-da-guerra. Neppure un prete-pensiero-debole (per noi a Torino categoria sempre attuale) e siccome mi ritrovo in ciò che scrivi, non aggiungerò altro ai motivi che tu porti per affermare il bene, il vangelo che c'è nella vita di Eluana.
Siamo dentro una vertigine. La nostra storia è vertigine. Dal Silenzio ci è stata consegnata una Parola di Vita e in essa io sono stato consegnato a me stesso, una cosa sola con il Mistero, una cosa sola con la sua carne, perchè Dio ha un cuore di carne. E la nostra carne fenomenologicamente viva perchè carica di sensi e sensibile anche quando fosse muta e apatica (ma che ne sappiamo noi dei movimenti segreti di uno spirito e dello Spirito) e la sua storia tutt'uno con la storia del mondo e dei viventi che lo abitano è anzi la storia del mondo stesso, la storia della Vita stessa. Eluana non è un simbolo, questo sarebbe esecrabile. Eluana è la nostra vita, è il nostro mondo. Quello che Dio ci ha affidato per larghezza e senza rimpianti. È la vita, è il mondo di cui prenderci cura. E per paradosso teologico, prendersi cura della vita, specie di quella più piccola e umiliata, è prendersi cura proprio di Dio.

maryandcri ha detto...

ti ringrazio simone per aver spiegato bene, con parole appropriate, il senso di impotenza che la malattia di mio padre mi suscita. Di fronte alla sofferenza, al dolore, alla malattia la domanda è forte, irrompe brutalmente fra le mie pseudocertezze e le fragili speranze: che senso ha tutto questo? Lo smarrimento per non avere la risposta è tanto, è un terremoto. Perché mi accorgo che non avere la risposta significa rimanere sospesa. Sospesa tra una vita, che non so più riconoscere, e una morte, che non voglio. E non capisco...ma credo, pur non avendo capito, e condivido profondamente quello che scrivi: la malattia, il dolore,l'angoscia...hanno un potere di semina misteriosa, per gli altri. E la vita di noi che stiamo attorno riceve gratuitamente questo seme di Vita misteriosa. Che cosa meravigliosa! Come fai a non lodare il nome di DIo per aver creato questi miracoli di Vita così grandi! Capisci? C'è una vita più grande, lì proprio per me, lì in quel letto dove mio padre passa le sue giornate senza 'capire', 'gioire','parlare', 'sentire', 'vedere', 'amare',...Lì, proprio lì, c'è un di più di vita proprio per me, che attende di essere accolta. Non mi viene chiesto di capire. Non potrei, perché il dolore c'è ed è tanto...
Io non so parlare bene, non potrei affrontare questioni sul piano teologico né filosofico. So soltanto che ogni volta che vedo mio padre su quel letto, trasformato dalla malattia, che non mi riconosce più da anni e non ha mai conosciuto i miei figli, ogni volta che lo vedo non mi sfiora neanche per l'anticamera del cervello (nè del cuore) di togliere a lui la SUA vita...solo perché non è come la mia

il moralista ha detto...

grazie a voi... sono un po' sorpreso... ma permettetemi di ringraziare della condivisione in particolare MCF... perché ... beh ... i sono tanti motivi.

x don Mario: benvenuto! W chi non è una macchina da guerra e chi sa la forza del cosiddetto "pensiero cattolico debole"

x Marcello: ti ho assegnato un compitino... che fai, esegui? :)

Infine, grazie a G.... è grazie a lui che ho potuto chiarirmi le idee, anche se le nostre non sono uguali... la regole di cert dialettica vorrebbero che ribattessi alcune delle considerazioni di G... no, non lo faccio... Ci siamo già detti. Lasciamo che le parole, per entrambi, diano frutto.

Anonimo ha detto...

Come Simone sa, ho ricopiato il post sul mio blog, il risultato è qui:
http://pentagras.wordpress.com/2009/02/05/in-punta-di-piedi/

Grazie ancora.

Luca Gras
www.pentagras.wordpress.com

holdenC ha detto...

bravo moralista. su questa complicatissima vicenda, di certo, chiunque grida, sbaglia.

lycopodium ha detto...

La realtà di un soggetto che versa nel c.d. “stato vegetativo permanente” è tremenda, radicale e in potenza destrutturante per chi lo vive da vicino (ricordo il caso di un importante poeta che da questa esperienza ne è uscito letteralmente schiantato).
Questa è una situazione che un Ivan Illich avrebbe trovato paradigmatica: c’è una “nemesi medica” insita, c’è l’ipertrofia dello “strumento”, che da mezzo facilitatore è divenuto corruttore e costruttore di una realtà a suo uso e consumo.
Così l’ipertecnologia ha trasformato un “morente” in un “disabile” (grave, gravissimo; cronico e in potenza permanente); da qui i fatti e le prese di posizione in campo.
Il problema tragico è che è ormai impossibile tornare indietro.
Non operativamente, perché nessuno vuole o può rinunciare al pronto soccorso ed alle tecniche rianimatorie; né teoricamente, perché la fenomenologia clinica di chi versa in “stato vegetativo permanente” non ammette la possibilità di tornare a considerarlo come “morente” (e infatti ci vuole una sorta di “astensione attiva”, per realizzarne il passaggio).
Parallelo a questo è il discorso sulla legificazione: anche la “legge” è passata da “strumento” a “fine” e l’enfasi di molti protagonisti (inclusi, comprensibilmente, i familiari) sulla necessità di regolamentare per legge è un sintomo di un male, di cui la terapia è parte integrante.

Ciao e grazie di tutto.
lycopodium

p.s. Un grande articolo di uno che conosci
http://www.rivistaliturgica.it/upload/2004/articolo3_349.asp

il moralista ha detto...

caro lyco, ben tornato.
Grazie a te del tuo contributo che aggiunge altri elementi.

Io riesco a penetrare con consapevolezza, a fare mia in toto (per ignoranza del resto) solo la tua espresione iniziale: tutto ciò, non solo lo stato vegetativo, è tremendo...

Sono d'accordo anche che stiamo assistendo a una "ipertrofia" in vari ambiti, responsabilità di molti dei protagonisti (e delle comparse): ipertrofia tecnica, giuridica, ideologica, mediatica... mi sembra tutto davvero "troppo"...

ps. grazie dell'articolo.

lycopodium ha detto...

Ci si è messo anche Silvio a fare ipertrofia mediatica, anzi saturazione mediatica. Il suo "beau (?) gest" serve solo a ricompattare i suoi avversari sotto la bandiera radicale, con il (mio) PD come "partito radicale di massa" e serve ancora più perversamente a chiedere ai cattolici una delega in bianco, che non gli vogliamo certo dare.
"O tempora, o mores", direbbe un antico moralista.

Anonimo ha detto...

Molto bello quello che scrivi, grazie! mi sono permessa di copiare questa tua riflessione in una nota di facebook.
roberta

il moralista ha detto...

colgo l'input di lycopodium per condividere a caldo, una sensazione con cui sono andato a letto... nel contesto dell'ipertrofia di cui sopra, ieri sera (terza serata) mi sono imbattutto nel programma "Tatami" della ex VJ Camilla non-so-che... dedicato al tema della morte... ovviamente in relazione al "caso" di cui parliamo, che poi sarebbe la storia di Eluana Englaro... le testimonianze e gli ospiti erano un po' troppo iperbolici, forse, come credo sia nello stile della trasmissione, e alcune opinioni ... vabbè... però ho apprezzato che qualcuno cogliesse la situazione per affrontare il tema de "la (nostra) morte per noi"... ovviamente era in terza serata...

il moralista ha detto...

rilancio volentieri anche questa intervista segnalatami da lycopodium:

http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Templates/Articles/Article.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID={2FF7669B-8FE9-43E8-B236-8317800CF176}&NRORIGINALURL=%2fCronaca%2fVi%2bracconto%2bBeppino%2bed%2bEluana.htm&NRCACHEHINT=NoModifyGuest#

il moralista ha detto...

aggiungo alla rassegna anche questo post del mio "blogamico" Piscovirginio... credo non sia banale:

http://anticameracervello.splinder.com/post/19801461/Ma+non+vi+vergognate%3F

lycopodium ha detto...

Battuta amaro moralistica (se vuoi puoi non pubblicarla):
Caso Englaro. La Quiete dopo la tempesta.

Oremus