11 aprile 2011

fare il titolo giusto

Del week end, non mi sono piaciuti i risultati.

No, non parlo del campionato di calcio.

Parlo di (tante) parole mal spese, emozioni affastellate, accumulo di non detti che si strozzano in un collo di bottiglia fino all'inevitabile (per me) convulsa esplosione. Gli esiti in genere sono inefficaci o persino deleteri. Come un tappo di spumante in un occhio.

foto flickr/AndYaDontStop
In siffatto guazzabuglio, ogni tanto, basterebbe applicare anche nella comunicazione interpersonale una regola del mio mestiere: fare il titolo giusto.

Il titolo giusto non tenta invano di alludere a tutto. Non somma (e sintetizza) 600 kg di mele con 200 di pere.

Il titolo giusto dice pochissimo, l'essenziale. Anche fosse un'informazione o un pensiero solo su tutti quelli espressi.

Se centri il titolo, il tuo interlocutore capisce. Non può intuire tutto, anzi. Ma capisce su cosa io voglio venga posta attenzione.

Leggersi nel cuore, sgranare pazienti le parole giuste, discriminare tra emozioni, riflessioni e richieste. Togliere tutto il di più e puntare dritto all'essenziale.

2 commenti:

Stefania Falsini ha detto...

Caro Simone, mi ritrovo molto in quanto scrivi.
Fare il titolo giusto nella comunicazione in generale, e soprattutto nella comunicazione tra intimi, è importantissimo, anche se per niente facile. Penso sia una competenza che però, seppur a fatica, si può imparare.
A volte travolgiamo l'altro di parole e vorremmo che fosse lui a decifrarle invece, per provare a farci capire, dovremmo prima fermarci un attimo (a volte un po' di più di un attimo) per fare ordine nelle nostre idee, aspettative, desideri e solo dopo possiamo sperare di manifestare l’essenza all’altro.
Chi ci sta di fronte, però, dovrebbe conoscere l’altra faccia della stessa “disciplina”: l’Ascolto.
Non basta una vita….

il moralista ha detto...

grazie, Stefania.

E mi hai fatto ritornare alla mente un testo recente di Marco Guzzi, che mi ha un po' messo in discussione, e che parla - sebbene ampliando di molto l'orizzonte rispetto alle "sole" relazioni interpersonali - di "formazione alla audio-abilità".

Siamo probabilmente in un tempo in cui l'urgenza dell'emissione dei propri personalissimi vagiti è molto più importante della verifica della loro importanza assoluta... (vedi anche la diffusione di questi nostri blog)

Devo dire che in genere "i due handicap" (incapacità di "fare il titolo" e di ascoltare) vanno abbastanza insieme.

Diciamo, che l'esercizio sull'una capacità dovrebbe avere buoni effetti anche sull'altra :)