13 febbraio 2009

pronto soccorso

Finita, consumata, affievolita (uccisa?) Eluana, finita l'urgenza? Non sarebbe la prima volta che le urgenze italiche prendono una strana venatura di opportunità. Almeno nella capoccia di qualcuno.
La Commissione Sanità promette di portare un testo in aula sul "fine vita" entro due settimane... Vedremo.

Ma io non voglio parlare di questo.

L'urgenza è altrove. Lo scandalo, che rende a tratti pornografico il dibattito delle scorse settimane sulla vicenda Englaro, da qualsiasi parte lo si guardi, è un altro... è enorme e strisciante. E chi ha a casa o "a carico" un malato incurabile, per via di malattie rare o degenerative, lo sa benissimo.

Pochi minuti prima dell'annuncio della morte di Eluana, mi sono trovato a raccogliere lo sfogo di una donna, moglie, mamma e nonna, alle prese (diciamo così) con la degenerazione del morbo di Alzheimer che ha colpito il marito. Mentre in Italia già ci si industriava a preparare l'aggettivo più improbabile per definire il giorno dopo Peppino Englaro ("eroe" e "boia", per inciso, li trovo egualmente volgari e barbari), e ci si affrettava a varare il "decreto di urgenza" sul fine vita, lei mi rivolgeva questa domanda: "Ma quando non potrà più inghiottire, che faccio?". Io ho taciuto. Rispondete voi, se avete una certezza, che non sia la speranza e la forza che solo Uno potrebbe darle, anche tramite l'amicizia e la comunità cristiana.

Oltre a questo, abbiamo parlato della trafila (costosa) assurda, logorante e a tratti umiliante che chi assiste un malato in tali condizioni deve affrontare con il nostro Sistema sanitario nazionale e la Pubblica amministrazione, molto spesso da solo e senza informazioni chiare. (Su questo argomento vi prego di leggere qui e qui).

Un'umiliazione che è fatta anche di volti indifferenti, annoiati, cinici e ignoranti. Potrei ovviamente sottolineare le "eccezioni", ma permettemi di non farlo oggi. La cosa è troppo grossa.

Tutto questo nel Paese in cui urliamo, non uso questo verbo a caso, il valore della difesa della vita. E talvolta lo usiamo per uccidere con le parole, persone già morte.

Vogliamo difendere e onorare davvero la vita?
Tutti, credenti e non credenti, coinvolti a vari livelli in questa faccenda, facciamo l'impossibile per migliorare la "logica di morte" di questo sistema.

Se no, gli elevati principi intorno al dibattitto sulla legge sul fine-vita rischiano di diventare una grottesca farsa.

p.s. se poi, tra chi legge, c'è chi pensa "ci vorrebbe il sistema sanitario Usa", legga qui (fonte Università Bocconi, non Cgil)

p.s. 2: la mia posizione sul caso Englaro, l'ho già espressa chiaramente qui.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Il tuo post è scritto bene, come sempre. Ma... è l'ennesimo, che non grida, non urla
la terribile angoscia che ti schiaccia e ti inchioda...
Ciò che dovrebbe emergere e che invece non c'è da nessuna parte è: il senso di impotenza.

Questo ti inchioda, non ti fa nè parlare, né gridare, non ce la fai proprio. Lo smarrimento, la paura, l'angoscia li vivi tutti i giorni. Di fronte a questo, non ci sono soluzioni, decreti, scelte, c'è solo: stare. Restare. Rimanere.

Anche nella fede, non ci sono risposte. Stai e 'credi'. Mi piacerebbe trovare conforto in questo, sostegno in questa assurdità che ho appena detto, ma che credo essere l'unica vera scelta, nel rispetto della vita di chi vive la malattia e di chi sta accanto.

Un paio d'anni fa, ho chiesto al parroco di venire a casa dei miei, volevo che consegnasse a mio padre l'unzione degli infermi... È stato bello, ho fatto le foto a papà che per una delle ultime volte ho visto seduto in poltrona. Non ti dirò che lui non si è 'accorto' di niente, perché credo che non sia vero.

Speakold ha detto...

Qualcuno che lo ha gridato e continua a farlo c'è .. e non è l'unico.

Di seguito trovi il link ai suoi post.

Ciao

psico ha detto...

Bravo Moralista. Chi ha a che fare ogni giorno con la malattia grave sa che il vero nodo, ormai da anni, è questo.

M.Grazia ha detto...

Ho seguito con interesse la vostra discussione, mi permetto di aggiungere un commento trascrivendo l'ultimo post che ho mandato sul mio blog.

"In questi giorni di titoli gridati e dibattiti pubblici ho pensato molto a com’era. Non devo fare molti sforzi, ce l’ho ben presente mia madre. Spirito d’iniziativa e forza, carattere leonino e generosità. E mi viene da concludere che oggi lei in realtà è quella di ieri. Nella sua essenza, nel suo modo di essere. Altrimenti, con i suoi 17 anni di malattia, non starebbe disattendendo le statistiche e le aspettative “ragionevoli” della medicina. Combattiva fino alla fine, se stessa fino in fondo, a dispetto della demenza tipo-Alzheimer che l’ha ridotta da sette anni in fase terminale. Anche con la PEG in pancia. Anche se comunica con lo sguardo, o con vocalizzi. Nonostante l’enfasi sul «com’è adesso» induca a tutti quei commenti intorno a lei, che spesso fingo di non udire. Commenti sulla resistenza, sul battito forte, su un Dio che permette il perdurare di un’indecenza inaccettabile.
Qualcuno una volta ha osservato: «La vedi che è una donna fine». E infatti, è sempre stata una cosa importante per lei “la finezza”. Persino nelle sue condizioni di totale dipendenza, mia mamma riesce dunque ad esserlo ancora, "fine”. Lei è sempre lei, anche se secondo alcuni non c’è più niente. I suoi occhi castano-verdi sono sempre i suoi. I capelli, che ha sempre avuto belli, pure adesso senza colorazioni sono lucidi. Di un grigio con sfumature più scure, sale e pepe. Belli forse anche grazie alla completezza dei principi nel Nutrison, la pappa che le gocciola direttamente nello stomaco dal sondino. Raramente sono io a chiedere di tagliarglieli, non mi piace vederla tosata. Sono convinta che anche lei stia meglio sentendoseli un po’ lunghetti, almeno nella stagione fredda. Ha ancora una pelle liscia e delicata, da far invidia a certe befane rugate che mi chiedono come mai tenga la bocca aperta. E non si riesca a chiudergliela.
Anch’io all’inizio provavo repulsione per tutto questo, per quelle che il mondo definisce miserie. Non che adesso sia pacificata o che abbia assimilato l’idea di dipendere, ma ho riformulato il mio modo di pensare, quello della prima fase e anche parte della seconda, di quando ero giovane, con aspirazioni e progetti da giovane. Di quando con insofferenza sentivo la disabilità come un peso e la diversità come una condanna. Perché ancora non avevo capito niente. Dove c’è un malato di demenza, infatti, nelle vicinanze c’è anche un qualcun altro che cresce. E impara quello che conta.
Anche mia mamma, però, aveva altre aspirazioni. Di certo non mi sognava caregiver. S’immaginava il futuro con dei nipotini. Come in certe scene di vita familiare che qualche volta mi capita di vedere: mamme e figlie al supermarket, nonna che fa da baby-sitter ai pargoletti mentre mamma lavora, feste comandate tutti insieme, scambi di consigli e raccomandazioni. La normalità.
Com’era e com’é. E soprattutto come avrebbe potuto essere. Ce ne sarebbe abbastanza per uscir fuori di testa. O per mettersi a delinquere, pensando di farlo impunemente, se convinti che oltre la vita non ci aspetti un giudizio e che questa sia governata unicamente dal Caso. Ma una mano, che se la tieni a volte ancora ti stringe, rende sopportabili molte cose. Anche se la scoperta non è immediata. I tempi lunghi della comprensione. O della crescita. Scrutare in viso la sofferenza è necessario e straziante. Fissarla, fissarla da sola per trovarci una parte di te riflessa e renderti conto di un destino che prima o poi riguarderà tutti indistintamente. Mentre il mondo esterno vuole sia degli altri. E realizzare che l’indecenza non sta lì. Non è la fragilità ad essere immonda. Immondo è il pensiero che non la sopporta. Magari con l’alibi della sussidiarietà o con l’immobilismo di un sistema che demanda".

il moralista ha detto...

grazie e benvenuta, M. Grazia...

Giuseppe Sbardella ha detto...

Bravo Simone, questi sono i reali problemi, non i giochetti di potere dei nostri politici (compresi quelli sedicenti cristiani).
C'è però un altro problema, il cambio generazionale della classe politica. Non se ne andranno per dimissioni, ma perché cacciati. E per cacciarli ci vuole una schiera di giovani seri, preparati, moralmente ineccepibili, desiderosi e capaci di entrare in politica e non solo di restare nel sociale e nel pre-politico. Ci sono?
Un abbraccio