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09 dicembre 2014

il mondo di mezzo è il condominio

Non so voi, ma qui a Roma gli esseri ancora senzienti e con un briciolo di coscienza sono tutti travolti dall'inchiesta cosiddetta #MafiaCapitale o #MondodiMezzo.

Dopo i primi 2 o 3 articoli di cronaca giudiziar-retroscenist-gossippara - e un po' 'ndo cojo cojo man mano che i giornalisti si leggono le numerose carte - mi sono già abbondantemente stufato di fare il grillo parlante col senno di poi e giocare al tiro a bersaglio con i politici indagati e i faccendieri di turno arrestati.


Quindi, per capire eh! Nelle vostre assemblee condominiali - io sono in affitto e non ho la delega - che succede quando si tratta di contattare una qualsiasi impresa per un lavoro comune? Come funziona? Come si comporta la distinta professionista della palazzina accanto o il pragmatico artigiano che abita sotto a voi?

Trionfa il bene comune o è un po' "Mafietta capitale"?
Io mi farei ormai queste domande dopo 5 giorni di inchiesta. E mi darei anche una risposta però.

E al politico (che quindi non voterò) che mi dice "sono gli elettori che ci vogliono così" (intende, maneggioni, evasori, furbettini; non dico farabutti e assassini) alzo gli occhi al cielo, consapevole, ma non mi sento proprio proprio di abbonargliela.

Voi che dite, alla prossima assemblea di condominio, che possiamo fare nel concreto per non dare alibi a questo politico?

Per rompere quell'insopportabile corto circuito del "così fan tutti"?

05 giugno 2012

tre minuti

"Buongiorno, devo rinnovare la carta d'identità".

Ore 11.55, presso gli uffici di un Municipio di Roma. L'orario di chiusura affisso fuori dichiara "13.15".
Sara è da sola. Zero fila. Ci sono due impiegati dietro il vetro dello sportello: Lui, assorto davanti al Pc, ha l'aria (e le movenze) di chi sta cercando di battere il record di "Prato fiorito"; Lei sposta carte e cartelline.


"No, guardi, nun se po' fa", dice lei. "Abbiamo lavorato troppo oggi".
"Ahahaha" ride e sorride compiacente Sara che, sebbene "immigrata" dal Sud Italia, conosce ormai il sarcasmo solare dei romani...
"No, nun ha capito. Abbiamo chiuso" grugnisce Lei.
"In che senso, scusi? Sta scherzando vero? Ma se la chiusura è tra più di un'ora".

Lei la guarda in cagnesco un istante. Grugnisce qualcosa. Si siede scocciata e strappa di mano modulo, foto e vecchia carta d'identità a Sara. Che ancora non si è completamente ripresa dallo shock.

Dopo tre minuti esatti di inserimento dati e stampate varie, Lei consegna la nuova carta d'identità a Sara e dice irritata: "Ha visto quanto tempo me c'è voluto?".

Tre minuti, appunto. Una faticaccia.

14 settembre 2011

vive la france!

L'autista del bus 84 al capolinea di Port de Champerret sale in vettura e prima di mettersi al volante si volta verso i passeggeri e dice con un sorriso: "Bonjour! Bon voyage". Tutti rispondono cordialmente.
Io rido, anzi, sorrido scuotendo il capoccione, col cuore incastrato tra la piacevole sorpresa e lo sconforto.
foto flickr/Stephen Ress


No, non è una scena di film. Siamo a Parigi, sabato 10 settembre u.s..

Sì, lo so, faccio la figura del solito italiano piagnone che torna dall'estero e pensa di aver scoperto l'America (ma non ditelo ai francesi!). Ma chissene frega.

Vi prego: raccontatemi una scena analoga su un qualsiasi mezzo pubblico a Roma (altrove non so).
Inutile sottolineare che nessuno dei tanti mezzi pubblici che ho felicemente usato - con tre bimbi piccoli a carico - ha mai fatto ritardo.
Le metro passano in media ogni 4 minuti anche nei giorni festivi.
I treni metropolitani - tutti interconnessi in più punti con metro, bus, aereoporti e stazioni ferroviarie nazionali - sempre puntuali.
Amen.

Per la cronaca il biglietto, che vale per tutti i treni metropolitani (4 linee), metro (14 linee) e bus (un tot) della zona 1 di Parigi, costa 1 euro e 70. Un carnet di 10 biglietto costa 12 euro e 40.

A Roma nel 2012 il biglietto per l'area entro il Gra costerà - si mormora - 1 euro e 50: vogliamo fare il paragone dei servizi, della puntualità e dei mezzi offerti?
"Lassamo perde", voglio cominciare bene l'anno di lavoro.

E pensare che per vivere meglio, a volte, basterebbe davvero un autista che si voltasse e sorridendo dicesse: "Buongiorno a tutti!".

09 febbraio 2011

vedo Rom

Sono morti 4 bambini in un incendio. E questo più o meno lo sappiamo tutti.

Secondo me c'è una cosa, invece, che si disperde come nebbia nel fumo delle chiacchiere, in questa terribile, ennesima, vicenda metropolitana.

Travolti come siamo dal solito rincorrersi di luoghi comuni, idiozie e paure ataviche, di varia tonalità e colore, su Rom e dintorni, io ritengo che si perda un dato di fondo. 

Il problema davvero sono i Rom? 
"Brutti e cattivi" che siano o meno?

O che ci sono migliaia di persone che vivono in situazioni al limite dell'umano... e molti non sono Rom?

La soluzione (finale?) è abbattere sistematicamente le baracche e "togliere i figli ai poveri", ipotesi che qualcuno sta ventilando?

Perché - al netto di festini, furbetti e veline - il "problema povertà" a Roma è molto più grosso della solita trita insopportabile bagarre sui Rom. 

E lambisce migliaia di persone e famiglie, spesso invisibili a media e istituzioni (salvo lo zelo burocratico per sanzioni e simili), che non sono in una baracca... ma sono a rischio, anche con situazioni psicologiche, sociali e perfino lavorative apparentemente normali.

Si dice: nessuno vuole un campo Rom sotto casa. Ok.

Ma in diversi vogliono un romeno (o un moldavo, o un afgano, o...) che lavora in nero, a volte senza vedere nemmeno i soldi prima di mesi, in un cantiere o in una ditta di ristrutturazioni. 
Uno che magari vive in uno di questi insediamenti perché altrove non può... o magari sta in un sottoscala, o in un capannone abbandonato... Ma tanto lì si notano di meno, sono meno antiestetici... 
Oppure sono in 10 in un appartamento affittato - in nero - da un onesto e spaventato cittadino.... 

Se non si squarcia questo velo a tutti i livelli - informativo, istituzionale ed educativo - non ne usciremo mai. 

Perché la logica di intervento che sarebbe più ovvia, quella del rispetto reciproco dei diritti e dei doveri, in un Paese che sembra non sappia più che valore abbiano queste due parole, non sembra seriamente proponibile ai più.

20 dicembre 2010

100 feriti, un disperso

flickr/Self-portrait_girl
Una sola parola d'ordine: scontri.

E poi, a seguire, violenza, black block, infiltrati, sicurezza, ordine pubblico, terrorismo e, buona ultima, fascismo.

Dopo la recente manifestazione di Roma, commenti e commentesse, titoloni e anatemi, evocazioni da seduta spiritica ed editoriali di ogni risma si sono succeduti al solito ritmo di tamburo, quello dettato dai "grandi media".

E mentre ancora la coda del dibattito "sugli scontri" non si esaurisce, già si parla di altri "scontri", quelli che non ci sono ancora stati ma potrebbero esserci nei prossimi giorni.

In tutto questa bailamme di fatti e sopratutto di parole, oltre e putroppo, ai 100 feriti di Roma, dobbiamo di sicuro registrare un disperso: il senso delle cose.

Sono tragicamente refrattario alle ideologie, sistemi di pensiero strutturati che galleggiano prepotenti sulla vita concreta delle persone reali.
In questo caso, se ne fronteggiano due. Sia l'ideologia di chi in nome della sicurezza, dell'ordine pubblico, della legalità (...) bolla una pubblica e ampia protesta contro questa gestione politica indecente del Paese come una mera azione di teppismo organizzato; sia quella di chi in nome del diritto a manifestare, della libertà di espressione (...), della rabbia accumulata, della frustrazione, giustifica e anzi benedice il vandalismo, il teppismo, la violenza elevandola a filosofia esistenziale e a liturgia rivoluzionaria.

Grazie a queste due ideologie, due energumeni che si provocano e si sfidano col petto gonfio, siamo costretti da giorni a sentir commentare solo "gli scontri".
Evidentemente la violenza in qualche modo pare l'unico terreno praticabile da entrambi questi schieramenti. Anzi, c'è anche un certo godimento sado-maso a parlarne.

Io mi sono perso in questa bailamme.
Se qualcuno sa riportarmi una parola di senso e disinteressata pronunciata da qualcuno che dovrebbe o pretende di rappresentarmi (istituzioni, politici, sindacati, leader veri e presunti del "movimento") mi aiuti.

Cercasi una parola di senso sul grave disagio sociale che questo Paese sta covando da troppo tempo, impantanato inesorabilmente tra escort e veline, affari sporchi piccoli e grandi - tramati nei palazzi del potere o solo all'ombra della guardiola di un condominio - e giochetti di partito.

Cercasi una parola di senso, anche solo un tentativo, per avviare l'unico dibattito sensato, utile, responsabile... Quello sull'Italia del futuro.

C'è qualcuno che ha un progetto bello per l'Italia? E, possibilmente, un ego piccolo piccolo?

10 maggio 2010

per fare l'Italia ci vuole un fiore

"Le cose di ogni giorno raccontano segreti
a chi le sa guardare ed ascoltare".


Domenica. Ore 17. G. rientra in casa, con la sua talare nera svolazzante. Viene da Perugia, dove è il "pastore" della locale comunità greco-ortodossa: greci, russi, bulgari, ucraini e "un solo georgiano", dice divertito. Ossia, lui.  
G. ha poco meno dei miei anni ed è un sacerdote. Con sua moglie C. (e con l'aiuto di sorella e cognato, R. e M., tutti made in Georgia) ci hanno invitati al compleanno del loro secondogenito, L. Hanno tre figli come noi, praticamente coetanei. Una storia diversissima eppure, oggi, un pezzo di vita quotidiana in comune.

Intorno alla torta fatta in casa, al té georgiano, etc etc - e a un nugolo di bambini (10) di ogni taglia (e colore) - ci sono 4 famiglie: io e Luisa, G. e C. (georgiani e cristiani ortodossi), M. (polacca e cattolica) e M. (tunisino, musulmano), R. e P. (bengalesi, musulmani). Chiaramente (e senza paura) diversi ma vicini; storie che non si possono sovrapporre praticamente mai, ma l'esperienza comune, forte, di essere sposi, genitori e "reduci" del mondo iperbolico e complesso di Piazza Vittorio.

Luisa, libro illustrato alla mano, organizza i bimbi e tutti insieme, in un italiano impeccabile, cantano con Rodari ed Endrigo: "Per fare un tavolo ci vuole il legno...". Applausi convinti di tutti. Risa. Di nuovo di là a giocare. E noi a scambiarci pezzi di vita.

Questo sguardo sul futuro dell'Italia non lo potete vedere in onda in Tv. Magari in diversi cambierebbero terrorizzati canale in un nervosissimo zapping.
Mi rendo conto che è un privilegio quasi tutto nostro. Io sono contento.
Ora che andiamo, ora che la nostra vita cambia, ho visto i germogli di quell'orticello che abbiamo trovato e tanto faticato a seminare.

"... Per fare tutto ci vuole un fio-o-re".

nb. questo post è stretto parente di questo.

(foto Sonietta46/flickr)

17 novembre 2009

al sicuro


Quando entro nel cortile della scuola dei miei figli - la Di Donato-Manin nel cuore multietnico del quartiere Esquilino di Roma - e vi sosto insieme ai miei bimbi che giocano con amichetti e amichette, mi sento bene. Mi sento che mi posso fidare di molte di quelle persone che ci sembrano così lontane.

C'è M., mamma polacca (cattolica) di due bimbi e moglie di R., tunisino e musulmano: quando li vedo insieme comunicano grande intesa e affetto. Quando abbiamo bisogno del suo aiuto, c'è sempre... 

Ci sono G. e C., georgiani, lui prete ortodosso. Hanno tre bimbi e siamo amici, "per forza".

C'è R. giovane mamma bengalese e musulmana di U., che ha imparato a fare la focaccia barlettana con mia moglie a casa... a Pasqua ci ha chiamato per farci gli auguri perchè "sapeva che è una festa importante per voi".

C'è R, mamma turca (cristiana), di genitori ebrei (!), sposata con un indiano musulmano... ci ha invitati a casa (unica famiglia italiana, temo) per il compleanno di uno dei suoi figli.

C'è A., colombiana, la  mamma (sola) di D., che corre mattina e sera per Roma per lavorare e stare anche col figlio.

C'è anche la mamma (di cui no ricordo il nome) di S., una compagna di origine filippina di Pietro che ogni mattina lo cerca con un sorriso e vuole che la porti per mano in classe al suono della campana.

Ma ci sono anche F. e C., sposi italianissimi, come altri; e tantissimi altri "stranieri", cinesi, coreani, pakistani, rmeni, ucraini, moldavi... che voglia di conoscerli meglio tutti!

Tutti papà e mamme a cui affiderei i miei figli... Lì, in quel cortile di storie che si cercano, mi sento al sicuro.

(foto di pardeshi/flickr)

05 novembre 2009

esperanto testaccino


Storiella dalle viscere di Roma nell'anno di grazia 2009.
Sul mio autobus quotidiano, sto appollaiato al mio apposito sostegno. Siamo poco dopo la Piramide Cestia, all'ingresso di Testaccio. Leggo.
Sale e si mette accanto a me una donna, a occhio e croce filippina, parla in modo concitato al cellulare, nella sua lingua madre. Una cascata di suoni, a ritmo velocissimo, che alle mie ignoranti orecchie suonano come un infinito loop di un'unica improbabile parola: "pocpocpocopoc".
Mi re-immergo nel libro, con questo sottofondo. A un certo punto la cascata è interrotta per un attimo da un chiarissimo "ma che cazzo vogliono" (oibò!)...
Alzo la testa sorpreso e divertito e riprende la cascata: "pocopocpocpocpocpoc".
Ma dopo poco un altro inciso ancora più sorprendente e autarchico: "nun t'allarga!". Aho!

Rido sotto i baffi, di questo nuovo esperanto testaccino di carne e di sangue.

(foto di lamirlet_flickr)